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Una comunità silente lontana dal diritto di voto: gli stranieri con regolare permesso di soggiorno.

Solo due giorni fa ci siamo recati alle urne per un importante referendum costituzionale e per rinnovare la giunta comunale e regionale in alcune zone d’Italia.
L’affluenza alle urne è stata bassa, nonostante il tema referendario abbia scaldato gli animi degli italiani nelle ultime settimane.

Ai margini di questa realtà ne esiste un’altra, sommersa e silente, fatta di esseri umani che nel “nostro” paese vivono da anni, si sono integrati, lavorano e pagano le tasse; fanno parte dell’Italia reale e hanno messo radici con determinazione e serietà: parliamo degli stranieri che hanno scelto di vivere in Italia.
Questi, nonostante un regolare permesso di soggiorno, sono ad oggi ancora esclusi dalla possibilità di esprimersi tramite il voto se non hanno ancora ottenuto la cittadinanza (come se il percorso per ottenerla fosse lineare e semplice, peraltro).

Lo stop davanti alle urne è uno schema che si ripete non solo per i referendum, ma anche per le elezioni amministrative e politiche.

Vivere regolarmente in Italia e contribuire alla sua crescita economica e sociale non dà a questi “stranieri” il diritto di esprimere una preferenza politica piuttosto che un’altra; un diritto che, però, conservano gli italiani che nel corso della loro esistenza hanno scelto di vivere all’estero in modo permanente, pur mantenendo la cittadinanza italiana.

A questo punto dovremmo davvero chiederci che tipo di società vogliamo essere e se non sia finalmente arrivato il momento di mettere un argine a queste contraddizioni a causa delle quali chi il paese lo vive davvero è tenuto ai margini, quasi la sua volontà contasse meno di niente.

Se vogliamo che la cittadinanza sia un requisito essenziale per accedere al diritto di voto (ma davvero non ci basta il permesso di soggiorno? Anche quello prevede dei requisiti, eh), allora snelliamo l’iter per chi sta qui già da molto tempo. È impensabile che chi vive e lavora in italia da 20 anni debba seguire lo stesso identico salto ad ostacoli di chi ci sta da meno tempo. Un percorso burocratico doveroso ma lungo quattro anni.

Con il decreto Salvini del 4 ottobre 2018 n. 113 sono stati allungati i tempi da 24 a 48 mesi ed è stato introdotto l’obbligo di ottenere una certificazione di livello B1 per comprovare la conoscenza della lingua italiana.


Si, B1.


Quel livello in cui non inquadreremmo mai i “se io avrei” o i “condividi se sei indinniato” che leggiamo quotidianamente sui social, per intenderci.

La capacità comunicativa è un requisito essenziale per integrarsi all’interno di una comunità, non ci voleva di certo l’ex ministro dell’Interno per capirlo.
Peccato però che i tempi e i meccanismi per sostenere il corso intensivo di italiano e l’esame finale siano tortuosi e biblici.

Avere un permesso di soggiorno da anni, lavorare, contribuire attivamente al gettito fiscale, tessere relazioni umane fatte di quotidianità e di scambio culturale reciproco: davvero non bastano questi requisiti per poter andare alle urne e sentirsi finalmente parte integrante di uno stato?
Quello che chiediamo a questi nuovi italiani è molto, molto più di quanto siamo disposti a cedere.
Dare finalmente la possibilità di voto ai cittadini comunitari non ci priva della nostra identità di italiani, bensì ci dà la possibilità di mettere basi ancora più solide laddove lo “straniero” viene ancora percepito come entità da sondare e valutare, un elemento che disturba lo status quo esistente.
Anche perché, come più volte ha sottolineato il sociologo Zygmunt Bauman, per quel che ne sappiamo potrebbe essere il anche il nostro vicino di casa a far vacilllare l’assetto di sicurezze a cui teniamo, stravolgendo lo stile di vita che ci è confortevolmente familiare.
Di certo (e la recente bassa affluenza alle urne ce lo dimostra) questo “turbamento” politico della nostra quotidianità non è prerogativa esclusiva dello straniero che invece, in un’ ottica di accettazione e integrazione sociale, potrebbe porsi verso il diritto/dovere di voto con profondo interesse e impegno civico.
E magari chissà, al prossimo turno elettorale potremmo ritrovarci in fila ai seggi a chiacchierare con persone che parlano bene l’italiano, invece di doverci confrontare con i troppi “non sono razzista ma“.
L’integrazione, quella vera, passa soprattutto dal diritto di voto.

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