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Quel fallimento sessista chiamato “quote rosa”.

Nel 2011 entra in vigore la legge Golfo-Mosca, con la quale si prevede una quota fissa di genere all’interno dei consigli di amministrazione e dei collegi sindacali per le società quotate e per quelle a controllo pubblico.

“Quote di genere” sulla carta, ma di fatto “quote rosa”.

Stesso ragionamento in politica: solo negli anni 70 si iniziò a parlare di quanto fosse sessista e maschiocentrico l’assetto partitico vigente in Italia. Si è dovuto aspettare però il 2017 per un cambiamento, quando la legge elettorale nazionale ha previsto norme atte a proteggere la rappresentanza delle donne nelle liste dei candidati e il limite massimo del 60 per cento per un solo genere (per le elezioni regionali ed europee era già stato fatto nel 2016 e nel 2014)

La presenza delle donne in ruoli amministrativi o decisionali è sempre stata quella di un partner subalterno e lo scopo di queste normative era appunto quello di ritagliare spazio a coloro che, da tempo immemore, faticano ad avere le stesse possibilità lavorative degli uomini.

Un’idea condivisibile, ma di fatto miope nella sua prospettiva culturale e sociologica.

Ad aprire un nuovo,aspro dibattito in tal senso è stata la mancata presenza di donne tra i ministeri assegnati al PD nel nuovo governo Draghi.

Il segretario nazionale Nicola Zingaretti ha cercato di parare il colpo sottolineando come altri ruoli, presto resi noti, siano già stati pensati per le donne del partito da lui guidato. Pensati da chi? Da uomini, evidentemente.

Un’altra riserva per animali rari, quindi; ancora una quota subalterna e limitata che ci viene concessa in un sistema fallocentrico studiato su misura dai maschi. Come se qualcuna di noi, poi, ambisse a ruoli di potere solo in base al fatto che siamo donne.

Già il concetto di una “zona riservata” non funziona più da tempo (ha mai davvero funzionato? non è di certo con queste forzature che le minoranze hanno ottenuto emancipazione ed uguaglianza e, beninteso, le donne non sono una minoranza) ma adesso il re è nudo e, francamente, non è un bello spettacolo.

Il problema non è la quantità di spazio “concesso” al genere meno rappresento, ma la qualità. Le quote rosa sono una soluzione sessista, una forzatura che nulla cambia se serve solo ad aumentare la manovalanza laddove l’intellighenzia è ancora di prerogativa maschile.

Strutturate in questo modo, le quote di genere sono una subdola pacca sulle spalle che ci viene data mentre ci sbattiamo, in egual misura degli altri, per il bene di una società che però si ostina a guardare cosa abbiamo nelle mutande invece di approfittare del valore dei nostri cervelli.

Non ci interessa ottenere posizioni particolari se non per le nostre capacità e l’abbiamo dimostrato da tempo: magistrati, chirurghi, casalinghe, amministratori delegati, insegnanti: le capacità sono le stesse. Non ci servono zone speciali riservate, neanche fossimo delle categorie svantaggiate.

Da tempo lottiamo per abbattere il recinto sociale che ci ingabbia nello stereotipo di genere e lo facciamo senza quote rosa ma, mentre il politico di turno pensa ai ruoli da riservarci, noi continuiamo a sentire nell’aria puzza di sessismo.

E no: non ci sta più bene.

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