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Morte al Flaminio, soldatessa suicida alla stazione metro

In una lettera di 15 pagine le motivazioni del gesto

La domanda ce la siamo posta tutti. Non ci sono stati troppi suicidi questi anni tra chi indossa la divisa, in particolare nell’esercito? L’ultimo, ieri mattina, in un bagno della Metropolitana di Roma, fermata Flaminio: una soldatessa di 30 anni, in servizio per il programma Strade Sicure da più di un anno, e da ben cinque nell’esercito, si spara con la pistola di ordinanza. Atroce. Gli inquirenti, in base ad una lettera di 15 pagine lasciata dalla vittima, riconducono la causa a motivi personali, come la fine di una relazione.
La cosa che colpisce di più è la premeditazione: aveva iniziato il suo turno alle 7 e alle 8:40 ha compiuto il suo gesto. Purtroppo non è l’unica persone che muore in questo modo nell’ambito dell’operazione Strade Sicure; ricordiamo più di un anno fa il militare venticinquenne che si tolse la vita a Palazzo Grazioli, il terzo in 6 mesi.
Ma quanto sappiamo di questo mondo? O meglio… quanto è possibile sapere su cosa succede veramente nelle nostre forze armate? Davvero poco. Ci si fanno bastare le prime dichiarazioni, che prendiamo inevitabilmente per buone. Ma come al solito, potrebbe esserci molto altro. Questi ragazzi oltre a subire lo stress di eventuali ritorni da missioni di pace, affrontano turni massacranti, stipendi non adeguati per poi tornare nella loro stanzetta in caserma. E via si ricomincia. Questo si potrebbe dire di tantissime persone che fanno tanti altri tipi di lavoro; solo che i giovani che sono nelle forze armate sono, per definizione, armati… Lo stress, i controlli psicologici scarsi quando non inesistenti sono soltanto alcune delle cause che portano alla morte autoindotta. In questi casi si parla di multifattorialità, quando non di sindrome post-traumatica da stress.
Sia chiaro non si punta il dito contro nessuno, ma la necessità di seguire meglio questi ragazzi e di averne più cura impelle: proteggono le nostre strade, il nostro territorio e i nostri confini. Quanti possono dire di fare lo stesso?  

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