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MOIRA

Il suono della sveglia pose fine bruscamente al sonno di Michele. Il giovane, nel buio della stanza, cercò a tentoni l’ordigno infernale che produceva quel fracasso e, afferratolo, lo spense. Quando accese la lampada, la luce ferì i suoi occhi assonnati come una freccia conficcatavi dentro all’improvviso. Poi guardò la sveglia, ma passarono alcuni secondi prima che riuscisse a mettere a fuoco l’immagine del quadrante.

“Le cinque e trenta!… E già!”, si disse, “Che ora mi aspettavo che fosse?”
Sbuffando, a malincuore sgusciò fuori dal suo caldo letto, rabbrividendo al contatto con l’aria fredda della stanza. Si stiracchiò abbondantemente, riattivando così la circolazione pigra del suo sangue addormentato. Aveva poco tempo per prepararsi: si lavò e si vestì rapidamente; la prima colazione non esisteva nel suo menù quotidiano.

Uscì, chiudendo accuratamente la porta della sua casa maleodorante e fatiscente della borgata di periferia in cui viveva da quando era nato. L’aveva avuta in eredità dopo la tragica morte dei genitori, a causa di un incidente stradale due anni prima. Era una casa squallida e povera, ma era sua, tutta sua.

Ogni mattina Michele Pettinari raggiungeva, alla solita ora, il cantiere edile presso il quale svolgeva la professione di carpentiere. Il lavoro iniziava alle sette e alle diciassette terminava. Dalle dodici alle tredici si osservava un’ora di pausa per permettere agli operai di consumare il loro pasto. Quello di Michele, in verità, era assai frugale: quasi sempre una frittata schiacciata fra due untuose e spesse fette di pane duro, che ogni sera il ragazzo si preparava da sé.

Michele faceva questo lavoro da circa due anni, da quando, finito il servizio di leva e rimasto orfano, si era trovato nella necessità di guadagnarsi da vivere. Certo, lui sognava di poter svolgere la professione per cui aveva studiato. Grazie ai sacrifici dei suoi genitori, aveva potuto diplomarsi come ragioniere e questa era la professione che sognava per il futuro. Era, dunque, un ragazzo come tanti, costretto dall’indigenza a fare un lavoro qualsiasi, senza troppe pretese.

Il lavoro di carpentiere era piuttosto duro. Stare arrampicato come una scimmia tutto il giorno ad inchiodar tavole sugli edifici in costruzione, lasciarsi congelare nelle fredde giornate d’inverno o farsi abbrustolire la pelle dal sole cocente dell’estate non era sicuramente piacevole, ma tuttavia, i pochi soldi che Michele percepiva alla fine del mese bastavano a far dimenticare al ragazzo la stanchezza del corpo e la mortificazione dello spirito. Ma quando il suo sguardo si posava talvolta sulle sue mani martoriate dalle schegge delle tavole, che spesso si conficcavano dolorosamente nelle sue carni, oppure quando con disappunto vedeva qualcuna delle sue unghie annerita per l’effetto di qualche martellata non andata a segno sulla testa dei chiodi, la malinconia lo rendeva pensieroso e lo portava a desiderare più di quel che aveva, a pretendere, ma solo nella sua mente, qualcosa di diverso.

La strada era silenziosa e deserta, completamente immersa nell’oscurità e nel freddo. I passi del ragazzo risuonavano cupi sull’asfalto male illuminato dalla luce fioca dei lampioni. Percorrendo il breve tratto di strada che separava la sua abitazione dal capolinea dell’autobus, Michele poteva scorgere, nella semioscurità, figure femminili e maschili, infagottate in pesanti cappotti, che si affrettavano a raggiungere la grande vettura, desiderato riparo, anche se temporaneo, ai rigori di quella gelida mattina di gennaio.

Michele salì sull’autobus, ancora quasi del tutto vuoto, e si accomodò a caso su uno dei sedili sgangherati e scomodi. Guardava, come ogni mattina, fuori dal finestrino gli enormi edifici, tutti uguali, alti e fitti, della borgata, stagliati nell’oscurità, simili ad alveari.
I minuti passavano veloci e i pendolari si affrettavano a prendere posto sull’autobus, già col motore acceso, pronto a partire. C’erano ancora alcuni posti vuoti e Michele sperava vivamente che nessuno dei passeggeri ancora in piedi sarebbe venuto a sedersi vicino a lui. Si sentiva nervoso e indispettito e certamente non a suo agio quando qualcuno andava ad occupare il posto accanto al suo. Spesso, infatti, i suoi vicini di posto erano corpulenti signori, simili a montagne di carne che, loro malgrado, sovrastavano con la loro mole l’esile figura di Michele e costringevano il ragazzo ad appiccicarsi al finestrino. Per di più, alcuni di questi ingombranti viaggiatori sonnecchiavano, strada facendo, cadendo con la testa ciondoloni ora di qua, ora di là: molti passeggeri, infatti, abituati da anni al pendolarismo, riuscivano ormai a schiacciare formidabili pisolini durante il viaggio.

Quella mattina, tuttavia, Michele non sembrò troppo dispiaciuto di vedere il posto accanto al suo occupato. A sedersi vicino a lui, infatti, era stata una ragazza, una splendida ragazza. Michele, per la sua timidezza, non aveva un grande successo presso le donne. Quando si trovava per caso a parlare con qualche ragazza, si emozionava a tal punto che il rossore invadeva la sua faccia in maniera assai evidente e quasi ridicola; i pensieri si confondevano nella mente e la lingua gli si attorcigliava.
Il disappunto per queste sue difficoltà lo faceva dapprima arrabbiare con sé stesso e con la sua goffaggine, poi lo gettava in uno stato di prostrazione profonda, da cui, però, riemergeva quasi subito.

“Sono un vero ebete”, si diceva, “E’ mai possibile che io debba essere così timido da non riuscire a spiccicar parola quando ho davanti una ragazza? Un giorno o l’altro, a furia di arrossire, mi diventeranno rossi pure i denti!… Oh, ma poi, al diavolo le donne!… In fondo si può sopravvivere benissimo anche senza frequentarle, no?… Io ne sono un esempio vivente.”
E così metteva a tacere tutti i rimproveri della sua coscienza.

Certo, ignorare che quella seduta lì accanto fosse una donna non era cosa facile. La giovane era, infatti, un esemplare di donna davvero raro. Avvolta in un lungo cappotto nero, alta, imponente, addirittura statuaria, faceva mostra di una lunghissima e fluente capigliatura bionda, che scendeva lungo le spalle, inanellandosi morbidamente. Il viso, di un ovale perfetto, accoglieva una bocca dalle labbra spesse e ben disegnate e un naso greco. Gli occhi, le cui iridi enormi e azzurre più del mare invadevano quasi tutta la cornea, erano incorniciati da due sopracciglia ben arcuate; il tutto messo in risalto da una bianchezza della pelle straordinaria.

Al colmo dell’imbarazzo e dell’emozione, Michele, come prima reazione istintiva, si spostò, con un moto repentino, verso il finestrino, per lasciare più spazio possibile tra sé e la ragazza e per non avere con lei il benché minimo, seppur accidentale, contatto fisico.

Intanto l’autobus, scricchiolando e sobbalzando, cominciò a muoversi. Definirlo autobus significava insultare la categoria. Si trattava in realtà di una vecchia carcassa, ridotta ormai ad un rottame. La carrozzeria presentava la vernice quasi completamente scrostata, tant’è che soltanto con un buon intuito si poteva riuscire a vederne il colore originario. Le numerose ammaccature e striature, testimoni di anni ed anni di incidenti, erano state facile preda della ruggine. All’interno lo spettacolo non era migliore: pezzi di lamiera, staccati in parte dal soffitto, sbatacchiavano, producendo un rumore davvero fastidioso: i sedili, poi, risultavano male assicurati al pavimento, poiché erano saltate in più parti le viti di sostegno, e inoltre l’imbottitura in gommapiuma, là dove era rimasta, era stata sbocconcellata da qualche viaggiatore maleducato, che in anni di viaggi si era divertito a rendere quei sedili dei veri ruderi.

Insomma, nell’insieme quell’autobus poteva solo essere destinato ai ferri vecchi, ma continuava a servire gli utenti come meglio poteva e non mancava di dare loro sonori scossoni, quando passava su strade dissestate, a causa della quasi totale mancanza delle sospensioni, e riusciva, nonostante tutto, a portarli quasi sempre a destinazione.

Proprio a causa di questi violenti scossoni, Michele faceva ancor più fatica a tenersi vicino al finestrino. La ragazza, dal canto suo, sembrava ignorare gli evidenti sforzi fatti dal giovane e si abbandonava con noncuranza all’ondeggiare dell’autobus e talvolta cadeva mollemente addosso al ragazzo.

“Non vedo l’ora di arrivare alla mia fermata”, pensava con impazienza Michele, “Questo viaggio è il più lungo e penoso che io abbia mai fatto su questo maledetto autobus!”.

In realtà il tragitto da compiere tra il capolinea e la fermata in cui scendeva Michele, in prossimità della stazione del metrò, era relativamente breve: qualche chilometro percorso in una quindicina di minuti circa.

“Ecco! Finalmente la fermata! Ora dovrò farmi animo e chiederle garbatamente di alzarsi per farmi scendere”, si disse, incoraggiandosi.

“Scusi, mi fa passare? Dovrei scendere alla prossima fermata”, disse Michele con voce malferma.

“Scendo anch’io alla prossima”, fu la risposta che la ragazza diede a Michele, con un sorriso e uno sguardo profondo. Il ragazzo fu molto imbarazzato per quello sguardo. Distolse gli occhi da lei e sfuggì alla sua volontà indagatrice.

“Come ti chiami?”, continuò la ragazza, che sembrava volesse attaccare discorso.

“Michele”, rispose intimidito, “E tu?”.

“Moira”.

“E’ un bel nome Moira, poco comune”, aggiunse con uno sforzo, aspettandosi che lei parlasse di nuovo, ma non fu così.

La ragazza troncò lì la conversazione, non disse altro. Si alzò e trafisse Michele con un’occhiata fulminea. il ragazzo, sorpreso e quasi impaurito, si alzò subito dopo di lei, non comprendendo il perché di un così strano comportamento.

“Bah, forse non voleva attaccare discorso!”, pensò, “Forse voleva solo sapere come mi chiamassi. Anzi, sono stato io uno sciocco a fare quel banale apprezzamento sul suo nome. Sono stato proprio uno stupido a farle credere di voler attaccare bottone. Mi sono comportato come quei galletti che rompono le scatole alle ragazze carine… Huff! ma poi che m’importa? Chi la conosce quella?”

L’autobus si fermò, aprì le sue porte con stridore e lasciò che la sua pancia si svuotasse di molti passeggeri, le richiuse e sobbalzando ripartì.

Michele, in piedi sul selciato, sentì di nuovo il freddo pungente di gennaio: l’autobus era, sì, vecchio e malandato, ma aveva ancora il riscaldamento ben funzionante e si faceva rimpiangere per il bel caldo che offriva; la differenza di temperatura tra l’interno della vettura e l’esterno era davvero notevole. Si infagottò come meglio poté nel suo cappotto e si avviò verso l’entrata della stazione del metrò, mescolandosi e confondendosi fra gli altri passeggeri.

Camminava velocemente nel corridoio sotterraneo, cercando così di riscaldarsi. Aveva dimenticato quasi del tutto l’episodio di poco prima sull’autobus tra lui e la ragazza bionda. Appena scesa dall’autobus lei si era dileguata e quindi il giovane l’aveva persa di vista. Ma non voleva interessarsi a lei, non gli importava se fosse entrata nel metrò o se fosse andata altrove.
Ad un tratto, però, la voce di lei, proveniente dalle sue spalle e che sembrava si rivolgesse proprio a lui, lo fece trasalire.

“Ehi, Michele, fermati! Aspettami! Come cammini velocemente! Non riesco a starti dietro.”

Lui si voltò e la vide camminare con passo sostenuto e sorridergli amabilmente mentre gli si avvicinava. Michele aspettò che lei lo avesse raggiunto senza dire una parola, imbarazzato.

“Beh, hai fretta?”, disse lei volutamente gentile, “O vuoi sfuggirmi?”, aggiunse poi, con un fare tra il malizioso e il minaccioso.

“No, non voglio sfuggirti”, disse Michele con un sorriso poco spontaneo, “Perché dovrei? Cammino velocemente perché ho un po’ di freddo e poi perché debbo affrettarmi per arrivare in orario al lavoro”.

“Che lavoro fai?”, chiese Moira apparentemente interessata.

“Il carpentiere”.

Ci fu un attimo di silenzio fra i due e poi lei riprese, “Non è il lavoro che vorresti fare, vero?”

“No, infatti, e tu come lo sai?”

“Me l’immagino… E poi, si vede dall’espressione della tua faccia”.

“E tu, Moira, che lavoro fai?”

A questa domanda la ragazza trasalì, si fermò e puntò gli occhi in faccia a Michele, guardandolo con odio. Il giovane, sconcertato da questa nuova e inspiegabile dimostrazione di ostilità nei suoi confronti, rimase senza parole; continuò a camminare incerto se provare a dire qualcosa o se rimanere in silenzio. La ragazza camminava al suo fianco e anche questa volta fu lei a rompere il clima di difficoltà che lei stessa aveva creato.

“Da quanto tempo fai questo lavoro?”

“Da circa due anni”.

“E non ti è venuto a noia?”.

“Sì, ma non posso lasciarlo finché non ne avrò trovato un altro migliore… E di questi tempi non è certo una cosa facile!…Chi ha un lavoro se lo tiene ben stretto, anche se non risponde alle proprie aspirazioni”.

Intanto erano arrivati in prossimità della scala mobile. Tacquero entrambi. Salirono sui gradini che, scivolando, li depositarono sulla piattaforma.

“Quale direzione prendi?”, disse la ragazza.

“Questa”, rispose Michele, indicando l’apertura sul corridoio alla sua sinistra.

“Anch’io”, ribatté Moira.

S’incamminarono lentamente lungo la piattaforma. A pochi passi da loro si apriva il grande solco in fondo al quale si allungavano i binari. Il semaforo all’imbocco della nera galleria emanava una luce gialla lampeggiante. I viaggiatori continuavano ad affluire, disponendosi per tutta la lunghezza della piattaforma.

“Tra quanto passa il treno?”, chiese la ragazza con una punta di ansietà nella voce.

“Non lo so. Non c’è un orario preciso. Quando arriva si sente, fa un rumore notevole all’uscita dalla galleria, è impossibile non accorgersene”.

Stettero in silenzio in attesa del treno. Tutti i viaggiatori avevano la faccia rivolta verso la galleria, tutti avevano gli occhi confitti nel buio, nel punto da cui sarebbe dovuta arrivare la vettura, tutti avevano le orecchie tese a udire il più piccolo rumore, indizio dell’imminente arrivo del treno.
Moira era lì, che guardava ed ascoltava più di tutti e un leggero sudore le imperlava la fronte.

“Eccolo!”, gridò ad un tratto concitatamente, quasi ansimando, “Eccolo, arriva!”

Dapprima si avvertì un tramestio sommesso e lontano, poi un rumore più cupo, che cresceva, che si ingigantiva.

“Eccolo!”, riprese lei, “Senti, sembra un urlo!…”

Michele, con un’espressione di incredulità e di inquietudine, guardava il pallore diffondersi sul viso della ragazza.

“Senti?”, continuò lei come in un delirio, Sembra un drago che esce fuori dalla sua tana, fulmineo, che corre, che viene ad inghiottirti!”

Il treno, infatti, sbucò all’improvviso dalla galleria.

“Ti porto la morte!”, urlò Moira con voce strozzata, “Ecco qual è il mio lavoro! Ecco perché mi chiamo Moira! Il mio lavoro è portare la morte e oggi è il tuo turno”.

Detto questo, con una spinta repentina, precipitò Michele giù fra i binari, sotto le rotaie del treno… I fari della locomotiva, rotondi e luminosi come due occhi vivi, puntavano dritto in avanti. Michele se li vide improvvisamente addosso, non capì, non ebbe il tempo di capire…

Il macchinista inorridì alla vista di quel ragazzo, là in mezzo, ormai inghiottito dal treno in corsa. I freni stridettero, ma inutilmente. Molti fra i viaggiatori in attesa sulla piattaforma furono colti da malore, soprattutto le donne e i più anziani. Più tardi, alcuni fra i più coraggiosi riuscirono anche a parlare dell’accaduto, a raccontare il fatto alla polizia, sopraggiunta poco dopo.

“Povero ragazzo!”, dicevano, ” Perché l’avrà fatto? Era così giovane!… Darsi la morte in un modo tanto atroce!”

L’indomani mattina, una bellissima ragazza bionda comprò un quotidiano nell’edicola all’angolo, vicino all’entrata della stazione della metropolitana, lo aprì alla pagina della cronaca nera e lesse la notizia che più la interessava.

“Ieri mattina, verso le sei e trenta, è accaduto un incidente a dir poco raccapricciante. Un giovane ragazzo di ventitré anni, Michele Pettinari, di professione carpentiere, si è tolto la vita gettandosi sotto un treno della metropolitana, alla stazione di ***. Numerosi testimoni hanno raccontato alla polizia che si è trattato di un fatto fulmineo, inevitabile. Il suicida non ha avuto un attimo di esitazione a lanciarsi. Il macchinista, all’ospedale, dopo essersi ripreso dallo shock, ha rilasciato una deposizione, in cui conferma quanto dichiarato dalle testimonianze dei viaggiatori.”

La bella ragazza bionda ripiegò accuratamente il giornale e lo gettò nel primo cestino dei rifiuti che incontrò.

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