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Millenovecentosettantotto: di rose e di pistole

-Il racconto della domenica-

Ero un ragazzino alla fine degli anni settanta. Con un fiammifero acceso tra le mani. E giravo libero dentro una polveriera. Roma, in quegli anni era questo. E poco altro.

Erano gli anni delle decisioni precoci e definitive, delle scelte di campo e dei nemici di banco.
Ed io ero davvero troppo giovane.
Eppure mi credevo investito da chissà quale maturità esistenziale. Ma era roba artificiale, autoreferenziale. Un’armatura che mi ero costruito addosso e che raccontavo come volontà ideale.

Giocavo alla guerra. Ma la guerra non è un gioco.
Ma questa cosa l’ho capita dopo. Parecchio dopo.
Dopo essere passato indenne oltre le sparatorie, dopo aver attraversato l’inerzia dei saluti strozzati tra la lingua e i denti, negato agli ex amici d’infanzia incrociati sulle stesse strade che ci avevano visti crescere insieme. Ex amici che avevo deciso di odiare, per difendermi dall’odio. Sopravvivendo al tributo di sangue versato e perduto di una generazione che aveva scelto di costruire un incubo per provare a coltivare un sogno.

E, attenzione, non che io voglia per forza cucirmi addosso le stimmate del reduce, per carità.
Anche perché quando ripenso a quella stagione della mia vita, il ricordo che ho di me è comunque quello di uno studente di liceo che si affacciava sul futuro come un adolescente qualunque, tra sogni, incertezze e paure.
A quindici anni, in quegli anni, si era tutti poco più che bambini, nonostante il clima e la narrazione da combattente sandinista che avevano scelto di cucirci addosso come autobiografia.
Bambini che giocavano a fare i guerriglieri, però con le pistole vere al posto dei fucili di plastica.
Vittime della storia che credevamo di saper scrivere.

Ricordo anche i “grandi” di allora. Grandi ai nostri occhi, anche se poco più che ventenni.
Ricordo che mi sembravano già adulti. Erano, ai miei occhi, quelli da imitare, quelli consapevoli della scelta fatta. Quella stessa scelta che io avevo fatto per gioco.
E per amore.
E per violenza.
O per rivalsa.

Certo, la moda di dar fuoco alle porte di casa dei “nemici”, l’odore della benzina che quella volta ha invaso il pianerottolo, la tragedia evitata grazie alla prontezza di mio padre, le preghiere di mia madre che mi implorava di restarne fuori, il piombo che volava alla stessa altezza del mio sguardo arrabbiato, le manifestazioni autorizzate e quelle -bellissime- spontanee, le botte davanti ai cancelli di scuola, spesso date e prese solo per rivendicare il diritto di entrare in classe, sono ancora oggi un ricordo vivo, una roba che torna al naso, allo stomaco, sulla pelle e dentro i nervi.
Posso dire di essere rimasto vivo, nonostante tutto. E questo, se riavvolgo il nastro e rimando poi aventi, fotogramma su fotogramma, ogni giorno di quei giorni, è un miracolo. Ed una benedizione.

La verità è che non avevo molte alternative. L’omologazione ad un modello che non sentivo mio oppure il disimpegno. O la consapevolezza di cucirsi addosso i panni del reietto.

Io ho scelto la sola opzione possibile. La sola possibile per me.
L’ultima in elenco, ovviamente.

Si, in quegli anni c’era una parte minoritaria di miei coetanei che sembrava condannata a dover vivere per forza sotto il peso dell’emarginazione. Con lo stigma dell’infamia tatuato in fronte. Spesso, non sempre, per carità, senza aver commesso altro reato se non quello di pensare diversamente da come era “consigliato” fare.
Un’ingiustizia? Si, un’ingiustizia.
Ed io le ingiustizie le ho sempre sopportate poco. Troppo poco.
Quindi scelsi, senza scegliere davvero, almeno non razionalmente, da quale parte stare. La cultura politica di quegli anni costruiva ghetti. Ed io volevo solo stare con quelli che venivano chiusi dentro. Disinteressato ai torti e alle ragioni.

Di quella stagione ne hanno parlato in molti, forse anche in troppi.
Intellettuali, storici, pentiti e protagonisti marginali pronti a mettersi il vestito buono di chi si racconta come il protagonista di una storia epica.
Ognuno con la propria versione dei fatti, il proprio quarto d’ora di notorietà. Quasi tutti apparentemente convinti che c’era una sorta di inevitabilità, di giustizia sociologica ed evolutiva (giustificazionismo militante postumo?) nelle dinamiche del tempo, che c’era l’obbligo di un obolo di sangue da far pagare a quelli delle scelte sbagliate, ai topi di fogna, ai subumani.
Per l’emancipazione definitiva. Così dicevano.
Tutti convinti servisse un nemico ad ogni costo.
Si, l’Italia di quegli anni aveva bisogno di un bersaglio, di qualcuno a cui sparare addosso. Bugie e pallottole.
Un nemico da uccidere.
Ed ucciderlo, un passo alla volta, non fu più un reato.
Nonostante il codice penale dicesse il contrario.

Era gennaio. Ed io, si già lo detto ma la verità alcune volte può essere noiosa, ero uno studente di liceo. Un ragazzino di quindici anni affascinato dall’estetica dell’anticonformismo, con una mamma ed un papà fin troppo presenti e attenti, spesse volte al punto da sembrarmi insopportabili.
La passione per la politica e l’attivismo erano, almeno all’inizio, inevitabilmente circoscritti entro un ritaglio di tempo da rubare alla quotidianità e ai suoi mille impegni.
Roba fatta soprattutto a scuola o, comunque, in orario scolastico.
No, non avevo facilità di svincolarmi da casa nel tardo pomeriggio, figuriamoci dopo cena. Allora divoravo libri, buttavo giù volantini, scrivevo riflessioni e articoli che sapevo non avrebbe mai letto nessuno. Mi immaginavo adulto, ventenne, libero e ribelle. In bilico tra la volontà di potenza e l’etica legionaria, i miti invalidanti e quelli che non hanno date di scadenza.

Lo venni a sapere dal telegiornale.
Di solito lo ascoltavo distrattamente, controvoglia, solo perché non avevo la forza per provare a ridisegnare alcuni rituali di famiglia, noiosissimi ai miei occhi di allora. Cena sempre alle otto, tutti insieme, tavola apparecchiata in sala. Papà, mamma, mia sorella piccola, nonna.
Stessi posti, stesse sedie e stesse chiacchiere. Tv accesa, sempre sul solito canale (non che ci fosse molta scelta), telegiornale in onda. Una sera di gennaio come ogni altra sera di gennaio.
Almeno fino a quel gennaio.
A quella sera.
Perché sentire imprecare mio padre, mai successo prima, almeno non davanti a me, è stato un fulmine, un terremoto, una roba che ha riportato i miei pensieri -che non ricordo dov’erano andati a sbattere per dribblare la noia- a casa, attenti a quello che stavano dicendo in televisione.

Una strage. Dopo gli omicidi e i roghi, una strage. Quel mondo che avevo fatto mio per anticonformismo e ribellione estetica alle mode dei miei anni, prendeva un nuovo cazzotto alla bocca dello stomaco.
Di nuovo in periferia, tra le vie di quelle borgate tutte uguali, abitate dalla stessa gente che quegli altri dicevano di voler emancipare dall’alienazione. Altre morti. Altre vite insultate ed altre anime stuprate. E le macchine date alle fiamme ed i quartieri Messi sottosopra da chi era rimasto vivo, subito dopo, per fare giustizia, visto che non c’era giustizia per noi.

Sapevo che sarebbe successo un casino quella notte. Lo sapevo. Ed avrei voluto -si, quel momento l’avrei davvero voluto- andare a far casino pure io, avrei voluto essere presente, sfogare la rabbia che avevo dentro e dovevo tenere tappata per non mettere i miei in allarme. Quella notte avrei voluto dare un senso (un senso?) alle lacrime che stavo ricacciando indietro, fino alla gola e poi giù nello stomaco. Volevo vendetta. Invece niente. Con papà che doveva aver ingamato qualcosa, perché lo ricordo tirare i chiavistelli della porta di casa senza dire una parola, pensando così di impedirmi di raggiungere i miei amici (tra l’altro giustamente, visto che stavo al quarto piano di un condominio e la porta di casa era l’unica via d’uscita che poteva prendere uno sano di cervello). Non avesse chiuso, probabilmente sarei andato.

Ero costretto dentro casa. Per amore, chiaro. Ma comunque con addosso quella strana sensazione, un mix tra rabbia e adrenalina, che solo un animale in gabbia credo sia in grado di provare.
Ero straiato a letto. Ma non riuscivo a dormire. Ascoltavo la radio in cerca di notizie che, purtroppo, arrivavano frammentate, tra una canzone e l’altra, tra una stazione e l’altra.
Si sapeva solo che erano stati ammazzati due ragazzi da un commando di non si sa quante persone. E che poi, nelle ore successive all’agguato, aveva perso la vita un altro di noi, caduto sotto i colpi di uno con la divisa addosso.
Ed io nella mia camera, col cuscino massacrato dalla mia inquietudine e le sciocche promesse di vendetta che il silenzio dei miei pensieri urlava a Dio.

Ricordo che il giorno dopo sarei dovuto rientrare a scuola, erano finite le vacanze di Natale. Contavo le ore, volevo sapere. Ma sapevo bene anche come lo avrei saputo. Era inevitabile. Ma credevo di essere pronto. Invece no, non lo ero affatto.

Nel cortile de mio liceo c’erano loro. Erano una marea, tanto per cambiare. Le ragazze con le gonne a fiori, i guanti tagliati, gli scialli fintoetnici. I ragazzi con la tolfa a tracolla sopra l’eskimo, le barbe incolte ed i capelli arruffati. Li vedevo, li fotografavo uno ad uno. Sembravano ballare, tanto parevano eccitati. Scherzavano dandosi rumorose pacche sulle spalle. Fumavano e ridevano, ridevano e fumavano. E si scambiano le copie dei giornali.

“Ne abbiamo accoppati due, un altro è stato fatto fuori dai carabinieri, ao, ‘na vorta tanto…”

Stavo in disparte, avrei voluto spaccargli la faccia, uno ad uno, ragazze comprese. Lo ricordo come fosse oggi. Ma per un tempo indefinito non mossi un dito. Saggezza o vigliaccheria? Ancora me lo chiedo.
Però quella specie di torpore che gelava i miei pensieri si stava sciogliendo sotto il fuoco della rabbia. Lentamente ma inesorabilmente.
Mi ero alzato dai gradini delle scale di servizio, avevo deciso di andargli addosso, “chi se ne fotte delle conseguenze”.
Uno spintone, un pugno tirato con gli occhi chiusi. Qualcosa, qualunque cosa potesse fargli male. Volevo fargli male. Per la memoria dei miei morti ammazzati. E per conservare un sussulto di dignità. Si, lo ricordo bene, come fosse successo ieri, mi sarei fatto spappolare pur di non essere trasparente ai loro occhi, pur di fargli vedere il mio disprezzo, pur di non dover convivere con il dubbio di meritare soltanto la loro indifferenza.
Io, un ragazzino al primo anno di liceo, contro una marea umana di gente che, di lì a qualche mese, si sarebbe diplomata. Volevo andargli addosso, caricarli, farmi pestare.
Per sentirmi vivo e non farli sentire padroni dentro il perimetro delle mie scelte.

Un passo, due, tre. I pugni serrati ed uno strano calore che, ricordo, sentivo salire dalle budella fino ad incendiarmi le orecchie, gli occhi, i pensieri.
Tre passi, non uno di più.

Ricordo il mio polso stretto da una mano delicata. E poi due braccia che mi stringevano dolcemente il collo, poi le spalle. Prima da dietro, poi faccia a faccia. Ricordo nitidamente il profumo della pelle, il suono della voce, la morbidezza delle labbra poggiate sui miei occhi.
Una mia compagna di classe, una mia amica. Eppure una di loro. Con la quale mi stuzzicavo sempre, sulla politica e sulle ragioni che governavano il mondo, esattamente come potevano fare due adolescenti, senza la preparazione sufficiente per poter sostenere un contraddittorio degno di questo nome. Con le litigate del primo pomeriggio che diventavano puntualmente le colazioni fatte insieme la mattina dopo.

Anche lei con i jeans a zampa ed un maglione di lana spessa color “qualcosadiacceso”.
Anche lei impegnata a cambiare il mondo, declinando esattamente le stesse parole d’ordine di quelli che avrei voluto malmenare (e da cui mi sarei fatto sventrare, altroché!).
Lei, come loro. Ma così diversa da loro. Lei aveva capito il mio tormento e non aveva ballato sul mio dolore. Anzi, l’aveva fatto suo.

Non mi disse niente, non una parola. Mi tenne solo stretto forte a lei.
Sentivo che piangeva.
Mentre quelli ancora stavano ridendo.

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