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L’UOMO CHE FLUTTUAVA NELL’ARIA

Se ne stava chiuso in quelle quattro mura da ormai cinque mesi. Non riusciva neanche ad immaginare come avrebbe potuto resistere, chiuso in quella torre, per altri sette anni. Non ce l’avrebbe mai fatta. Sarebbe morto di angoscia prima dello scadere dei termini di carcerazione. Doveva assolutamente escogitare un piano per liberarsi da quella prigione così soffocante. Ma come avrebbe potuto fare? Non aveva strumenti per scardinare il pesante portone di quella bellissima ed antichissima torre, che dominava su tutta la valle intorno. Quante volte l’aveva ammirata in tutta la sua maestosa imponenza, con i suoi merli a coda di rondine! Mai avrebbe immaginato che un giorno ci sarebbe finito dentro. L’unica finestra del vasto ambiente era collocata ad almeno sei metri da terra. Non era chiusa da sbarre o da imposte perché non erano necessarie: l’inaccessibilità era sufficiente a renderla una via di fuga assolutamente impraticabile. Chi aveva costruito quel carcere evidentemente si era divertito ad illudere i prigionieri che vi avrebbero soggiornato. Una bella finestra ampia e soleggiata, ma assolutamente irraggiungibile senza una scala o altri strumenti utili ad inerpicarsi fin lassù. L’uomo osservava con uno sguardo grondante di desiderio quella luminosa via per la libertà, ma la frustrazione si impadroniva di lui, quando si rendeva conto che mai avrebbe potuto raggiungerla. Era come innamorarsi di una donna troppo bella per poter sperare un giorno di averla tutta per sé.

Quella notte sognò. Hypnos, il dio del sonno, aveva deciso di fargli un regalo. Gli donò un sogno che faceva spesso da bambino e che periodicamente tornava a visitare le sue esperienze oniriche di adulto. Infatti talvolta gli capitava ancora di rivivere nel mondo dei sogni quella magia. Sognava di fluttuare nell’aria, dopo avere spiccato un salto con naturale leggerezza. Nel sogno accadeva che volesse improvvisamente toccare il soffitto. Dunque prendeva uno slancio, con una breve rincorsa, e, incredibilmente leggero, il suo corpo si sollevava da terra e toccava il soffitto, per poi riapprodare lentamente sul pavimento. Nel sogno ritentava ancora: un agile salto e si librava nell’aria, per poi restare a galleggiare nel vuoto, miracolosamente. Quella mattina si era svegliato con l’animo ancora piacevolmente permeato dalla bellissima esperienza vissuta nel sonno.

Quanto sarebbe stato bello tradurre quel sogno in realtà! Elevarsi da terra, levitare nell’aria, improvvisamente privo di peso, guadagnare la finestra della torre e conquistare finalmente la tanto agognata libertà! Non poté evitare di sentirsi ridicolo quando improvvisamente prese la decisione di provare. Voleva tentare di mettere in pratica ciò che accadeva nel sogno. Naturalmente non aveva nessuna speranza di riuscirci, però decise di provarci comunque. In fondo che cosa aveva da perdere? Nessuno avrebbe potuto ridere del suo fallimento. In quella prigione era completamente  solo, con l’unica compagnia della sua disperazione. Dunque, cominciò a muoversi come accadeva in sogno: cominciò dapprima a spiccare un salto sollevando, con il ginocchio piegato, la gamba destra, aiutandosi con il movimento delle braccia, che spingevano indietro l’aria. Al primo tentativo riuscì a sollevarsi da terra di almeno mezzo metro. Non l’avrebbe mai detto! Facendo quel movimento si era sentito molto più leggero di quanto non immaginasse. Riprovò, migliorando nettamente lo slancio, grazie al perfezionamento della posizione delle braccia. Il secondo salto lo sollevò da terra di circa un metro. Doveva migliorare l’atterraggio. Doveva assolutamente cercare di rimanere sospeso in aria per qualche secondo in più. Ritentò. Ogni volta il sollevamento del suo corpo da terra andava sempre meglio. Cercava di riprodurre quanto più fedelmente la postura e i movimenti che il suo corpo faceva nel sogno.

Provò e riprovò, finché non riuscì a spiccare un salto così alto da fargli toccare il soffitto. Non gli sembrava vero! C’era riuscito! Aveva compiuto l’impresa. Era riuscito a planare sul pavimento molto lievemente. Doveva provare di nuovo, perché nei suoi sogni, dopo i salti sempre più ampi e dopo aver toccato il soffitto, rimaneva a galleggiare nel vuoto. Ritentò subito. Al terzo tentativo, finalmente, riuscì a rimanere a galla per alcuni secondi, per poi tornare giù. Riprovò ancora. La stabilità della levitazione migliorava sempre di più ad ogni tentativo. Alla fine decise di puntare verso la finestra, perché quello era il suo obiettivo: doveva uscire dalla prigione. E così fece. Si concentrò. Spiccò un salto e poi cominciò a muoversi nel vuoto, finché si trovò all’altezza della finestra. A quel punto, cominciò ad agitare le braccia e le gambe, come se fosse in una piscina. Che esperienza straordinaria! Cominciò a nuotare nell’aria, imitando i movimenti di una rana, avvicinandosi lentamente alla finestra. Non avendo sbarre né imposte di alcun tipo, l’ampia apertura ricavata nelle mura ciclopiche della torre gli consentì di uscire subito all’aperto e di restare sospeso sullo strapiombo. Stava fermo, leggero, sospeso a mezz’aria: cominciò a contemplare senza fiato l’immenso panorama che si apriva sotto di lui. Iniziò a muoversi assecondando le leggere brezze che lo stavano accarezzando. Il suo era quasi un volo a planare. Orientava la direzione del suo volo, muovendo appena le gambe o le braccia: il braccio destro se voleva virare a sinistra, il braccio sinistro se volevo andare a destra; e poi le gambe all’unisono per spingersi in avanti. Quanto era felice! Aveva le lacrime agli occhi. Non c’era esperienza paragonabile a quella che stava vivendo: quel volo per lui aveva il nome della libertà. Si sorprese a giocare facendo capriole nel vuoto, per poi ritornare in posizione. Fluttuava nell’aria ammirando senza fiato il paesaggio meraviglioso che si apriva sotto di sé: la prateria dei tetti e la trama intricata dei vicoli della città, e poi il parco con la sua fitta vegetazione, i campi coltivati e il corso tortuoso del fiume. E gli uomini affannati nel loro andirivieni: quanto erano piccoli a vederli da lassù! I suoi simili sembravano tante formiche, così indaffarate nella loro miserevole vita. In cielo invece tutto sembrava diverso: silenzio, pace, serenità, speranza e, soprattutto, libertà. Si sorprese a manifestare i suoi pensieri ad alta voce: si rivolgeva agli uccelli, signori dell’aria, che con il loro cinguettio e con la vibrazione delle ali sembravano approvare i suoi discorsi. All’improvviso, però, si trovò sulla stessa traiettoria di un piccione: per schivarlo perse l’equilibrio. Fu come se di colpo il suo corpo avesse riacquistato tutto il peso. Cominciò a precipitare a grande velocità, inghiottito dal vuoto. Fu svegliato di soprassalto dalle sue stesse urla. Era steso sul pagliericcio all’interno della torre. Quel bellissimo volo di libertà era stato solo un sogno.

 

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