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LUCE ED OMBRA. Il racconto della domenica.

Sotto i riflettori dei social la polemica imperversava tra battutacce feroci e rimpalli sconcertanti: era proprio così che si stava svegliando il paese per l’ennesima volta.

Il giorno nasce stanco quando il mondo che ritrovi è quello che hai lasciato“.
I Massimo Volume avevano proprio ragione, come spesso capitava, del resto.

Ancora assonnata, beveva il caffè mentre fuori albeggiava; più per pigrizia che per reale interesse, si lasciò rapire dalla diatriba online, pentendosene però quasi subito: sempre la stessa solfa, molti cliché e nessuna novità.
Banalità dialettica e contenuti alla stregua del peggior programma televisivo di canale cinque.

Urlatori seriali ai margini del buongusto.

Questi non sarebbero sta boni manco come bbutta bannu” le aveva detto un giorno il macellaio amico suo, con quella saggezza popolare che molto spesso vale più di dieci tomi di filosofia.

L’irritazione che provava, però, faceva fatica a scemare quella mattina; telefonò a Benedetto per sfogarsi un po’, visto che anche lui dormiva poco e male quel periodo.

E infatti, nonostante l’orario, rispose al secondo squillo, con quella voce pacata capace di infondere calma in tutti coloro che la ascoltavano.

La aiutò a dare il giusto peso alla questione e le disse di fare quello che aveva sempre fatto: ignorare la faccenda e lasciarla lambire nella sua solita inutilità.

Chiuse la chiamata rincuorata e preparò il secondo caffè della mattina, in fondo sarebbe stata una lunga giornata.

Le rimaneva però in piccolo tarlo nella mente, una piccolissima scheggia conficcata in un angolo remoto, un pensiero che non voleva ancora lasciarla del tutto in pace.

La luce.

Le cattiverie si alimentavano di luce propria o c’era un riflettore in grado di scovarle per metterle in risalto? Di fatto c’era sempre troppa luce su tutto ciò che è negativo, sembrava quasi che a scaldare gli animi ci riuscissero ormai solo le brutture del mondo.
Per lei, che passava le giornate a cercare bellezza ovunque, questa faccenda era intollerabile.

Uscì in giardino ed iniziò a strappare erbacce dalle aiuole. Da circa un anno attraversava una “fase bucolica” decisamente inaspettata e, non riuscendo a superarla, si limitava ad assecondarla come poteva.

I cani sonnecchiavano ancora, mentre il giorno nasceva stanco.

Il suo vicino di casa, con un sorriso appena accennato, si tolse un invisibile granello di polvere dalla divisa e salì in macchina per andare a lavoro.
Anche per lei si era fatta ora di prepararsi ad uscire.
Il cielo era terso e le nubi sembravano promettere fredda pioggia invernale; tutta la luce sembrava essere rimasta lì, nei social, ad illuminare le brutture del mondo virtuale.
Doccia, vestito nero, trucco e terzo caffè, anche questo nero.

Arrivò in piazza mentre le nubi si addensavano, creando una coltre ancora più fitta; l’aria era grigia e densa, inumidiva la pelle e raffreddava lo spirito.

Si avvicinò ancora per qualche metro, lentamente; c’era molta gente, tutta pacata, chiacchierava sommessamente.

Fece scorrere lo sguardo un po’ distrattamente e infine li vide.

Una piccola fiammella si accese dentro di lei.
Erano lì.
Occhi che avrebbe riconosciuto ovunque, nonostante le mascherine nascondessero buona parte dei volti.

Erano tutti li.

C’era più bellezza sotto quel cielo pronto ad esplodere che in qualsiasi altro posto illuminato del mondo.
C’era l’ombra e c’erano i sorrisi stanchi.
C’era il silenzio e c’erano le mani appena sfiorate.
Per ogni piccolo cedimento c’era un solido approdo a cui aggrapparsi.

Nonostante tutto, andava bene così, sapeva che tutto sarebbe andato bene.

A costo di dover cercare la bellezza anche dove il sole faticava ad arrivare.

Anche a costo di accontentarsi della luce che era dentro di lei e delle silenti, splendide ombre che la circondavano.

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