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LETTERATURA A PREMI. LA CULTURA ITALIANA TRA IL QUIZ E L’AVANSPETTACOLO

Premio Strega, chi sarà il vincitore di questa edizione? L’aspettativa è conforme a quella di Sanremo…

Premio Strega 2021.Ormai ci siamo, una manciata di giorni e la kermesse letteraria, di cui non si è mai sentito il bisogno, avrà inizio.
Un rituale, questo, del tutto simile alla psicoterapia di gruppo, con autori alla costante ricerca di un proprio intimo topos, esistenziale più che letterario.Una vetrina minore in cui l’autoreferenzialità degli scrittori in gara aiuterà, per qualche ora, l’agonizzante vita culturale della nostra comunità a credersi in ottima salute.
Va così da qualche anno.Nonostante qualcuno ci continui a raccontare che va tutto bene.
Ma va veramente tutto bene?Magari si, se i parametri e le aspettative sono quelle proposte.
Oppure no, se l’approccio di chi opera o fruisce di cultura ha come unico faro la qualità, non solo tecnica ma, soprattutto, emozionale.
Ma forse a sbagliare è proprio chi crede ancora nella letteratura di qualità.Chi spera possa rifiorire, rinascimento post-contemporaneo, una nuova generazione di scrittori finalmente indipendente da un certo dogmatismo, tanto stilistico quanto concettuale, imposto dalla casta intellettuale che ha tenuto ingessata la letteratura italiana per più di mezzo secolo.È probabilmente in errore chi crede nella letteratura cruda, emotiva.Introspettiva si, ma capace di non cadere nelle tentacolari lusinghe della narrazione psicanalitica d’accatto, nella più o meno involontaria palingenesi del Sé.
Davvero, probabilmente è un errore aspettarsi questo.Oppure invece no.No.
Vorremmo riscoprire autori ed autrici che detestino la frequentazione dei salotti giusti, le strette di mano compiacenti.Gente capace di comprendere il proprio posto nel mondo, che non assume posture “pedagogiche” e dialettica messianica alla prima intervista rilasciata.
Flaubert passò una notte intera ad interrogarsi su una virgola.Figuriamoci se avesse mai potuto solo pensare di possedere la verità rivelata.
Ecco quello che ci vorrebbe per provare a ridar vita ad un’arte che nel Bel Paese è ormai morente.Scrittrici e scrittori poco o nulla telegenici, schivi, quasi infastiditi dalla possibilità di ricevere un premio.Gente consapevole che “quando ci danno ragione c’è da tremare. Vuol dire che coincidiamo coi pregiudizi del nostro uditorio” come scriveva Gómez Dávilla.
Artigiani della parola che, come un Carmelo Bene qualsiasi, percepiscano nel profondo tutta la “banalità dell’applauso” come incoraggiamento al niente.Perché, davvero, “non basta rifiutare le onorificenze, bisogna anche non meritarle”.E Leo Longanesi, come al solito, ci aveva visto lungo.

Claudio Quaglia

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