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LE DISILLUSIONI E GLI INGANNI DELLA VITA

Non sempre ciò che sembra corrisponde alla realtà. La vita è mistero. La natura ci inganna. A spiegarcelo è Giovanni Pascoli con la sua poesia “Novembre”

Nella raccolta poetica intitolata “Myricae”, troviamo uno dei componimenti più noti e più belli di Giovanni Pascoli, autore conosciuto e amato da molte generazioni. Si tratta della poesia “Novembre”.

“Novembre” è un componimento breve nel quale, attraverso una bella descrizione del paesaggio, il poeta romagnolo ci rivela uno dei tanti inganni ai quali ci sottopone la natura: l’aria è limpida, luminosa, tersa, al punto che ci sembra di poter vedere le piante di albicocche in fiore o di avvertire il lieve profumo amarognolo del biancospino. Ma in realtà non siamo in primavera: ciò che avvertiamo è un’illusione, è un inganno della natura, è la cosiddetta “estate di San Martino”. Siamo, infatti, nel mese di Novembre: i rami sono secchi e si stagliano scuri verso il cielo sereno, il terreno è vuoto e risuona cupo sotto i nostri passi. Tutto intorno è silenzio: una calma e una pace che quasi ci consentono di udire, proveniente da giardini ed orti, l’impercettibile rumore delle foglie secche che piovono a terra: è l’estate fredda del mese dei morti. Dunque, questa poesia potrebbe essere definita come una sorta di metafora della vita: l’esistenza è un’illusione e possiamo rendercene conto grazie al senso segreto delle cose: gli elementi della natura ci rivelano la nostra fragilità, dichiarano senza ombra di dubbio che nel mondo a dominare sono la morte, il dolore e il mistero.

Il tema della morte, quello del dolore e quello del mistero costituiscono la caratteristica fondamentale della produzione poetica pascoliana: temi strettamente legati alla sua biografia. Una vita, quella di Pascoli, che ha conosciuto il dolore in giovanissima età quando, appena dodicenne, perse il padre, ucciso a tradimento (forse da alcuni contrabbandieri). I responsabili del delitto, anche a causa dell’omertà dei compaesani, non furono mai  individuati e Pascoli, a partire da questo evento, iniziò a sviluppare nei confronti della vita una sorta di rapporto di odio e amore, di disillusione e rimpianto. Alla morte del genitore, nei successivi due anni, fecero seguito altri lutti: morirono la madre ed alcuni fratelli. Anche per questo motivo Pascoli si legò di un affetto morboso alle due sorelle superstiti Ida e Maria, e non riuscì mai a costruirsi una famiglia sua, ma rimase ancorato fortemente a ciò che rimaneva della sua famiglia d’origine, spazzata via da forze maligne e misteriose, nell’illusorio tentativo di ricostruire quel nido ormai distrutto.

GIOVANNI PASCOLI

Novembre

Gemmea l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore…

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. È l’estate
fredda, dei morti.

Mara Alei

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