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IL TEMPO DEI NOTABILI

Vicende di storia comunale a Leprignano tra la seconda Repubblica Romana e la fine del potere temporale pontificio.

Dopo l’effimero periodo della seconda Repubblica Romana (1849), a Leprignanosi sviluppa un conflitto tra elementi  legati al Monastero di San Paolo, ex feudatario (aveva rinunciato nel 1818 alla giurisdizione temporale su Leprignano, ma rimaneva il più cospicuo proprietario fondiario locale, oltre ad avere ancora la giurisdizione “in spiritualibus”, che solo nel 1942 sarebbe passata al Vescovo di Nepi e Sutri), e altri, che potremmo definire “filoitaliani”, perché aderenti ad una posizione politica di contestazione del potere temporale della Chiesa ed auspicanti, quindi, dopo la proclamazione dell’Unità, la riunione dello Stato Pontificio al Regno d’Italia.

Il personaggio di maggior spicco a Leprignano durante la seconda Repubblica Romana fu Francesco Marotti, che rivestì in quella brevissima stagione la carica di priore, in un organo collegiale formato da tre persone, equivalente all’odierna Giunta Comunale, del quale, oltre al Marotti, facevano parte, come anziani, Angelo Alei e Luigi Laudi (il figlio di Francesco Marotti, Vincenzo, fu il primo Segretario Comunale di Leprignano in epoca postunitaria; il padre di Francesco Marotti, anch’egli Vincenzo come il nipote, fu pretore del cantone di Morlupo al tempo della prima Repubblica Romana, nel 1798-’99; Luigi Laudi fu il primo Sindaco di Leprignano in epoca postunitaria; i Marotti, proprietari fino al 1878 di quello che fu poi denominato “Palazzo dei Raggi”, erano originari di Rocca Sinibalda, dove era nato Francesco, avvocato, nonno paterno e omonimo del Marotti priore nel 1849; dal cognome “Marotti” è disceso il toponimo urbano di uso locale “salita de Morotti” o “scesa de Morotti”, che s’identifica con l’odierna via Fausto Cecconi e passa dinanzi al Palazzo dei Raggi, che fu di proprietà Marotti per oltre un secolo fino al 1878, avendo fatto parte dei beni portati in dote dalla moglie del capostipite, Angela Maria Controversi, figlia dell’avvocato Lucio Domenico Controversi Cotta, nativo di Valentano, e di Angela Felice Tubili o Tobili, la quale era nipote “ex filio” di Marco Tubili, nativo di Sant’Angelo in Lizzola, che a Leprignano fece costruire nella seconda metà del ‘600, probabilmente tra il 1660 e il 1670, l’edificio destinato a diventare nel ‘900, dopo una radicale ristrutturazione, il “Palazzo dei Raggi”).

Caduta la seconda Repubblica Romana, s’insediò una commissione municipale provvisoria, composta da Domenico Briglia, che ne fu il presidente, e da Luigi Laudi, Matteo Pagliuca, Luca Tardetti e Giovanni Bernardoni. Nel 1851 si tornò ad un regime ordinario, con l’elezione di Consigli comunali, in conformità con le procedure previste dall’editto emanato il 22 novembre 1850 per la riforma dell’amministrazione locale nello Stato della Chiesa dal cardinal Giacomo Antonelli, che sottrasse al potere esecutivo la nomina dei consiglieri e la attribuì ai cittadini, andando quindi nel senso di una sia pur timida “democratizzazione” del sistema. 

Dopo un ulteriore breve “interregno”, nel quale per l’amministrazione corrente fu in carica a Leprignano una commissione municipale provvisoria composta da tre persone, che furono Luca Tardetti, Matteo Pagliuca e il sacerdote Don Paolo Sacripanti, si tornò quindi nel 1851 ad un quadro di normalità, con una Giunta (all’epoca tuttavia non si chiamava così) di cui facevano parte Luigi Laudi come priore e Matteo Pagliuca e Luca Tardetti come anziani, che furono in carica tra il 1851 e il 1854.

Le inquietudini cominciano nel 1855, quando si pone il problema di stabilire chi dovesse ricoprire il cruciale ruolo di Segretario Comunale, essendo defunto il 26 aprile di quell’anno Vincenzo Pasqualoni, titolare dell’ufficio in questione (il nonno paterno di Vincenzo, Pietro Pasqualoni, nativo di Accumoli, era stato governatore a Leprignano per nomina da parte dell’Abate di San Paolo nei primi anni ’70 del ‘700 e a Leprignano si era accasato, sposando una Ciancarini, di antica schiatta autoctona). Già il padre di Vincenzo, Domenico, era stato Segretario Comunale a Leprignano, e negli anni ’30 dell’800 gli era succeduto, dopo alcuni anni in cui l’ufficio era stato ricoperto dal “forestiero” Giovanni Battista Giannini. Dapprima si sceglie per una linea di continuità dinastica e il Consiglio Comunale nomina Segretario Comunale interino (ossia provvisorio) il giovanissimo, di ventidue anni non ancora compiuti, Pietro Pasqualoni, figlio del defunto Vincenzo, e tale nomina viene approvata in sede di controllo tutorio dalla Presidenza di Roma e Comarca, la quale tuttavia prescrive che si bandisca un concorso per coprire stabilmente l’ufficio vacante. Nell’ottobre del 1855 viene approvata dalla Presidenza di Roma e Comarca una deliberazione consiliare con la quale si dispone la redazione di un inventario delle carte della Segreteria Comunale.

Il tempo passa, ma non viene bandito il concorso per l’ufficio di Segretario Comunale, né viene redatto l’inventario. La situazione viene smossa da un esposto, datato 1° giugno 1856, di Nicola Barbetti alla Presidenza di Roma e Comarca: vi si lamenta che, dietro il fragile velo del giovanissimo Segretario Comunale Pietro Pasqualoni, gli affari del Comune sono governati da Agostino Barbetti e Serafino Cola, che l’esponente qualifica come “faccendoni” (i Cola cui apparteneva il Serafino in questione non hanno nulla a che vedere con i Cola, provenienti da Acquasanta Terme, che si sono insediati a Capena nel ‘900 avendo acquistato nel 1922 con i Tocchi la tenuta di Santa Marta da Amelia Ada Argelli: i Cola cui ci si riferisce in questo articolo, invece, hanno per capostipite un Carlo, nato nel 1766 a Roma nella parrocchia di San Lorenzo in Lucina, il quale dal 1809 al 1831 ebbe in affitto dal Monastero di San Paolo l’ex feudo di Leprignano – cioè i diritti che vi aveva il Monastero di San Paolo, principalmente “dominii diretti” su numerose terre – e la tenuta di Santa Marta).

Sia Agostino Barbetti (1816-1884, ricordato nella lapide apposta dal Comune di Leprignano nel 1911 sulla facciata del palazzo avito in via IV Novembre) che Serafino Cola si erano messi in vista al tempo della seconda Repubblica Romana; i due, inoltre, erano parenti: Serafino Cola, il quale defunsesettantaquattrenne a Leprignano il 24 gennaio 1888, figlio del romano Carlo Cola e di Mariangela Barbetti, era infatti zio paterno della moglie di Agostino Barbetti, Carolina Cola, che, defunta ottantaquattrenne a Leprignano il 17 ottobre 1916 in una casa in Corso Umberto n. 113, era figlia di Vincenzo Cola (fratello di Serafino e come lui figlio del predetto Carlo) e di Bernardina Genuini, quest’ultima originaria di Stroncone, dove nacque anche la predetta sua figlia Carolina.

Pur volenterosamente sostenuto dal clero locale, e in particolare da Don Carlo Bajocchi, suo zio, e da Don Giuseppe Moretti, nel 1858 Pietro Pasqualoni, dopo una lettera in cui il priore Luca Tardetti ne denuncia le mancanze alla Presidenza di Roma e Comarca, deve obtorto collo rinunciare all’ufficio di Segretario Comunale; il Consiglio Comunale gli concede pure una piccola sinecura nominandolo organista, ma il giovane preferì andarsene dal paese, e con lui sostanzialmente ebbe termine la vicenda dei Pasqualoni a Leprignano. Dopo un breve periodo in cui la carica fu rivestita da Don Carlo Barbetti (1818-1894), a luglio di quell’anno è designato a ricoprirla interinalmente Serafino Cola, che, in via “provvisoria”, svolse a Leprignano le funzioni di Segretario Comunale sino alla fine del potere temporale pontificio. Nello stesso mese (luglio 1858) in cui Serafino Cola diviene Segretario Comunale “provvisorio” a Leprignano, la Presidenza di Roma e Comarca scioglie il Consiglio Comunale, sostituendolo con una commissione municipale provvisoria, della quale, oltre al solito Luca Tardetti, presidente, fanno parte Antonio Sinibaldi (cognato di Serafino Cola, essendo fratello della di lui moglie, Anna Sinibaldi) e Don Carlo Barbetti. 

Il 23 maggio 1859 al Comune di Leprignano in persona del suo legale rappresentante, il Presidente della commissione municipale provvisoria Luca Tardetti, viene notificata una citazione innanzi al Tribunale Civile di Roma dal Monastero di San Paolo, che chiede di essere rimborsato per migliaia e migliaia di scudi con riguardo alle somme da esso versate a titolo di imposte fondiarie gravanti sulle terre concesse alla Comunità di Leprignano con la “Concordia” del 23 dicembre 1617. Su Serafino Cola, che pure era stato un “agitatore mazziniano”, si appuntano i malumori di chi lo ritiene in sotterranea combutta con i Monaci dopo il suo “pentimento” – sospetto che si estende anche al componente la commissione municipale provvisoria Don Carlo Barbetti. Per predisporre la difesa del Comune dinanzi alle gravose pretese avanzate dal Monastero si ritiene di dover recuperare due rescritti, risalenti rispettivamente al 1779 e al 1780, della Sacra Congregazione del Buon Governo, ma l’archivio comunale non è stato ancora riordinato, benché la sua inventariazione sia stata decisa fin dal 1855. Finalmente, dopo alcuni passaggi burocratici relativi all’autorizzazione delle spese necessarie, nel 1860 l’opera di riordino e inventariazione dell’archivio comunale ha inizio. 

Nel dicembre 1861, dopo tre anni di commissione municipale “provvisoria”, viene eletto di nuovo un Consiglio Comunale, cui segue nel gennaio dell’anno seguente l’insediamento della Giunta, con Domenico Briglia priore e Luigi Laudi e Nicola Barbetti anziani. Con l’approssimarsi della fine del potere temporale pontificio, il clima era destinato a mutare e, non a caso, Serafino Cola, segretario comunale “interino” o “provvisorio” fin dal 1858, nel 1867, con una lettera al governatore di Castelnuovo di Porto, denuncia “disordini a suo carico” e indica tra le persone che cospirerebbero contro di lui Vincenzo Marotti (figlio del Francesco, che, come sopra si è visto, era stato priore di Leprignano nel 1849 al tempo della seconda Repubblica Romana), Antonio Barbetti (fratello di Agostino Barbetti e “Sotto Tenente Civico” al tempo della seconda Repubblica Romana), Domenico Barbetti (1835-1910, il padre di “Sor Vincé”) e Luigi Bizzarri (1836-1911, il cui nonno materno, Antonio Ferz, nativo di Montopoli, medico, che esercitò la condotta a Leprignano e a Morlupo, fu sospettato di essere stato coinvolto nei moti romani del 1831; la di lui figlia Vittoria, detta “Vittorina”, nata a Collevecchio e defunta ottantaquattrenne a Leprignano il 15 luglio 1903 in una casa posta in Borgo Aproniano, aveva sposato giovanissima il leprignanese Domenico Bizzarri).

Res Gestae

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