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IL QUADRO

Laura era stata invitata a quella mostra per telefono. La voce maschile, che le aveva segnalato l’iniziativa e che non si era qualificata, si era limitata a comunicarle il luogo, il giorno e l’ora dell’evento, poi aveva riattaccato senza neanche darle il tempo di ringraziare. Il vernissage era ospitato in una specie di grande loft: i lavori erano di varie misure, realizzati con diversi materiali, ed esploravano gli stili più disparati: dai ritratti ai paesaggi, dalle nature morte all’astrattismo.

A Laura piaceva entrare in contatto con le opere d’arte senza la mediazione di nessuno, come in un rapporto intimo, anche se in quell’occasione non aveva notato alcuna opera degna di rilievo: tutto sapeva così noiosamente di “già visto”. Prima di andarsene decise di fare ancora un giro e proprio in quel momento lo sguardo le cadde per caso su un quadro che occupava l’angolo più remoto della galleria. La giovane donna si avvicinò incuriosita: già a distanza aveva colto un non so che di particolare. Quando si trovò davanti alla tela, era rimasta addirittura incantata. Non appena i suoi occhi si erano posati su quel festival di linee e di colori, non era più riuscita a staccarsi da quello straordinario paesaggio marino. Sentiva una specie di richiamo irresistibile. Quel quadro emanava una forza di attrazione che non riusciva a spiegarsi.

Cercò il suo autore, dapprima con lo sguardo, poi, non vedendo nei paraggi nessuno, si presentò dal direttore della galleria. “Mi dispiace – disse l’uomo – Non mi risulta che l’autore sia presente. A dire il vero, non l’ho mai visto: l’opera mi è stata recapitata da un corriere”. Laura rimase un po’ perplessa, ma poi se ne tornò ad ammirare il dipinto. Davanti alla tela, il processo di fascinazione ricominciò più intenso di prima. Non ci pensò due volte: quel quadro doveva essere suo. Infatti lo comprò.

Nei giorni che seguirono non c’era momento libero che non trascorresse in contemplazione di quell’opera d’arte. Si sentiva come un pezzo di ferro vicino ad una calamita. Quella tela era capace di suscitare sentimenti contrastanti: gioia, dolore, serenità, tormento, angoscia, estasi. Eppure si trattava di una semplice opera naturalistica: rappresentava una vasta spiaggia bianca, con poca vegetazione collocata sulla parte destra della scena, mentre a sinistra si delineava un complesso di scogli, particolarmente scoscesi e articolati, lambiti dalle onde in tenue movimento; al centro, invece, a dominare era una distesa infinita color verde smeraldo: un mare meraviglioso sotto un cielo all’alba, dalle mille sfumature rosate. Nient’altro. Una semplice opera olio su tela, che però combinava tratti e colori in modo sublime.

Doveva assolutamente conoscere l’autore di quel capolavoro. Di lui sapeva solo il nome: Luca Dotti. Contattò il direttore della galleria d’arte e chiese se l’autore del quadro da lei acquistato si fosse fatto vivo. “Ma come non lo sa? – aveva risposto sorpreso l’uomo – Di Luca Dotti non si hanno più notizie da settimane, praticamente dal giorno in cui il corriere ha consegnato il quadro alla galleria. E’ stata fatta regolare denuncia di scomparsa alla polizia, sono state avviate immediatamente le ricerche, ma finora non hanno dato alcun esito.” Laura, a quelle parole era rimasta interdetta.

Perché quel quadro riusciva a smuoverle dentro tutte quelle sensazioni contrastanti? Che fine aveva fatto il pittore che lo aveva realizzato? Cominciò a credere che la misteriosa scomparsa dell’autore fosse legata in qualche modo proprio a quel quadro. Naturalmente non aveva alcun elemento oggettivo su cui basare la sua ipotesi, ma qualcosa le diceva che non si stava sbagliando. E se Luca Dotti non fosse svanito nel nulla per una sua libera scelta? Se avesse fatto una brutta fine suo malgrado? Se fosse stato ucciso a causa di quel quadro? “Piantala! – disse a se stessa – Vedi troppi film gialli.”

Visto che dal direttore della galleria d’arte non era riuscita ad ottenere alcun aiuto, la giovane donna trascorse i giorni successivi a fare delle ricerche per conto suo. Cercò sul web notizie su Luca Dotti, ma stranamente non riuscì a trovare niente. Sembrava non esistere. Fatto molto strano, perché la rete, già da molti anni, era diventata una fonte inesauribile di informazioni sugli artisti: coloro che si muovevano nell’ambito delle varie arti, come pittori, scrittori, musicisti, benché non necessariamente famosi, lasciavano comunque traccia di sé e del proprio lavoro nella rete: blog, siti personali, pagine dedicate alla loro attività sui social network, interviste e recensioni su riviste on-line. Tuttavia di Luca Dotti non si diceva niente, di lui non era mai stata pubblicata alcuna notizia. Decise di cambiare strategia e di darsi ad una ricerca meno virtuale. Doveva cercare nelle gallerie d’arte e nei palazzi delle esposizioni. L’indagine, benché capillare, si rivelò infruttuosa: la speranza di trovare una traccia del passaggio di Luca Dotti era destinata a svanire come nel cielo la scia di un aereo. A quanto pareva, nessuno aveva conosciuto quel pittore. Ormai era trascorso più di un mese dal giorno in cui aveva acquistato il quadro. La donna era delusa. Possibile che nessuno avesse notizie di questa persona?

Era appena tornata a casa dall’ennesimo giro per sale espositive, quando il telefono  squillò, facendola sobbalzare. Evidentemente questa faccenda la stava rendendo nervosa. Sollevò il ricevitore, ma dall’altra parte nessuna voce rispose ai suoi ripetuti “Pronto!… Pronto!” Ad un certo punto le parve di cogliere un rumore di sottofondo, una specie di fruscio che si perdeva in lontananza, un qualcosa di indefinito che aveva un suo ritmo, poi più niente, se non il bip bip intermittente che segnalava la caduta della linea. Durante i pochi secondi di quella telefonata muta, Laura aveva avvertito una strana sensazione, una specie di vibrazione dell’anima. Ma che cosa le stava succedendo? Le sembrava di impazzire. Si avvicinò nuovamente al quadro per un ulteriore esame. Era come se, ingenuamente, si aspettasse dall’opera una risposta sul mistero della scomparsa del suo autore. Osservò attentamente il dipinto in ogni suo più piccolo particolare: dai tratti originalissimi delle pennellate fino alla firma dell’autore nell’angolo in basso a destra. D’un tratto le venne come un’ispirazione improvvisa: staccò il quadro dalla parete e cominciò a ispezionarne il retro, nella speranza di trovare qualche indicazione utile. La carta marrone di rivestimento era pulita, senza nomi o recapiti di sorta. Quando fece per sollevare la tela, inclinandola nell’intento di attaccarla ai ganci nel muro, una specie di lieve fruscio richiamò la sua attenzione. Le era sembrato che quel rumore provenisse dall’interno del quadro. Afferrando saldamente la cornice, provò a scuoterlo leggermente. Ecco, ora il rumore si era avvertito più chiaramente. Scosse nuovamente il quadro, stavolta con più forza, e il fruscio rispose più distintamente alle sue sollecitazioni. “Dunque non mi sono sbagliata – si disse – qui dentro c’è qualcosa”. Prese un tagliacarte dalla scrivania e sollevò un sottile lembo di carta, quel tanto che le potesse consentire di sbirciare dentro e di vedere che cosa vi si nascondesse. Era una busta. Ingrandì l’apertura e la estrasse, constatando che si trattava di una semplice busta da lettera, chiusa e senza che vi fosse stato apposto alcun nome o indirizzo. La aprì immediatamente: all’interno vi era un foglio, scritto a penna su una sola facciata.

In tutta la mia vita di artista e di uomo, ho sempre cercato di raggiungere la felicità. Eppure spesso venivo attanagliato dal dubbio che forse stavo cercando qualcosa che probabilmente non esisteva. Tutto ciò mi riempiva il cuore di amarezza e di sconforto. Poi ho scoperto la pittura. Di fronte ad una tela immacolata e con un pennello e dei colori tra le mani, a me sembrava di provare qualcosa di molto vicino alla felicità. Io da qualche tempo, e precisamente da quando dipingo, sono convinto di avere raggiunto questo stato di grazia. Chiuso nella solitudine del mio studio, armato di colori e di pennelli, finalmente sono riuscito a dare un senso alla mia vita: ho trovato la strada per raggiungere l’equilibrio, l’armonia con me stesso e col mondo. Oggi ho concluso l’opera più ambiziosa, e anche l’ultima, della mia carriera: la realizzazione di un paesaggio marino, realistico e fantastico allo stesso tempo. Lo avevo ben chiaro nella mente da tanto: lo vedevo davanti a me in tutta la sua fantasmagoria di colori e l’intensità di luci, in tutta la vasta gamma di forme che ne facevano un soggetto unico. Attraverso questo quadro, al quale tra poco darò le ultime pennellate, sono riuscito finalmente a realizzare l’assoluta compenetrazione fra l’artista e la sua opera, fra l’uomo e i suoi sogni. Una mirabile osmosi tra il creatore e la sua creatura. A chi leggerà queste poche righe, il compito, se vorrà, di scoprire il mio segreto.

Luca Dotti

La ragazza rilesse una seconda volta la lettera, stavolta più lentamente, soppesando ogni parola, nel tentativo di coglierne qualche significato nascosto. Era convinta, infatti, che dietro quelle frasi, in realtà si nascondesse la verità sulla sorte del pittore e sulla forza magica che il quadro racchiudeva in sé. Rimise il foglio nella busta e la ripose in un cassetto della scrivania. Con un po’ di nastro adesivo richiuse il taglio che aveva praticato nella carta e riappese il quadro alla parete. Tornò dunque ad osservarlo con attenzione, alla luce di quanto Luca Dotti aveva scritto nella lettera.

Nella sua mente, in particolare, risuonavano alcune parole, come un monito misterioso: “l’assoluta compenetrazione tra l’artista e la sua opera, tra l’uomo e i suoi sogni”, e ancora “una mirabile osmosi tra il creatore e la sua creatura”. Fu proprio mentre questi concetti le giravano nella testa che all’improvviso si accorse di un particolare sconcertante. Guardando sulla sinistra del quadro, là dove l’autore aveva dipinto la scogliera, improvvisamente le si erano rappresentati chiari i tratti di un corpo. Quelle che vedeva non erano soltanto le depressioni e le fenditure delle rocce, non erano solo sporgenze e dirupi, come potevano apparire ad un primo sguardo superficiale. Erano due gambe e due braccia, erano capelli neri, erano occhi, naso, bocca, erano rughe e occhiaie, erano i segni che il tempo e la vita lasciano sul corpo di un uomo. Ormai in quella tela vedeva chiaramente due occhi cupi e profondi che la fissavano, una linea del naso netta, il taglio espressivo di una bocca che non poteva più parlare. Ora, finalmente, aveva capito tutto. Luca Dotti aveva imprigionato sé stesso nel quadro, dandosi in questo modo una vita perenne, l’unica vita che conta e che dura: quella che ci offre l’arte.

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