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IL MIO MIGLIOR NEMICO

-Sinisa, il ricordo di un romanista-

Quando si scrive di getto capita pure di calpestare un po’ la tecnica. Perché il fiume emotivo è in piena e gli argini della ragione non tengono.

Ieri si è spento Sinisa.

Ed io, che da cronista dovrei mantenere una certa cifra stilistica pure col cuore che piange, vado d’istinto e due righe in croce le scrivo così come mi vengono.

Due righe, un omaggio all’uomo. Perché in vita questo è stato: un uomo. Vero. Ed anche al calciatore, al campione detestato, all’avversario di sempre.

Si, al campione detestato. Perché Sinisa, pure se nel lontano 1992 mise piede in Italia per mettersi addosso la maglietta che amo da sempre, è giusto ricordarlo come calciatore di quegli altri.

Si, Sinisa era laziale. O meglio, era soprattutto laziale.

Ed il calcio, quello del campo, quello degli spogliatoi che sono polveriere cariche di testosterone, quello delle scivolate sotto la pioggia e dei capelli spettinati e delle magliette fuori dai pantaloncini, vive di contrapposizioni, si nutre di eroi e di antieroi, di amore irrazionale e di mille e passa declinazioni dell’odio (sportivo? Si, dai, sportivo…).

Ieri Sinisa se n’è andato.
Colpa di una malattia infame.
Contro la quale ha combattuto da uomo. Faccia a faccia, guardandola negli occhi. Provando a batterla. Senza riuscirci, purtroppo.

Sinisa era un uomo ruvido, uno slavo, un figlio orgoglioso della sua terra. Una terra piena di cicatrici, roba capace di uscire dai suoi occhi poco prima di calciare una punizione delle sue. E capace di emergere anche negli spigoli del suo carattere, nelle sue dichiarazioni apparentemente scomode, nell’orgoglio dell’appartenenza, nella faccia messa in primo piano, seppur controvoglia, solo per assumersi le responsabilità di mantenersi coerente ad una posizione.

Qualcuno lo ha chiamato fascista.
Dimostrando di non conoscere la realtà di quella polveriera che erano i Balcani negli anni novanta.
E poi, pure, perché un “fascista” non si nega a nessuno. Specie quando, imprimendo lo stigma, chi lo fa si mette al sicuro dalla possibilità di affrontare un confronto dialettico che presupporrebbe una preparazione.

No, Sinisa non era fascista. Forse un uomo di destra, questo sì. A modo suo. Quel modo che, da allenatore del Torino, lo fece indispettire, in conferenza stampa, sentendo accostare il termine “sacrificio” all’universo patinato ed esondante privilegi nel quale vivono, come dentro una bolla, i calciatori.
Questo era Sinisa: un tipo umano impastato con gli ingredienti tipici con cui si sfornavano le persone di una volta. Uno capace di percepirsi come un privilegiato e per questo ricordare a tutti, con una coerenza straordinaria, che a sacrificarsi, a questo mondo, sono quello che, per mille euro al mese, si alzano alle quattro di mattina per andare a lavorare.

Ed io voglio ricordarlo così.
Da giovane promessa del calcio con addosso la maglia più bella del mondo. Da avversario degno, solido e verticale. Da allenatore capace. Da uomo, uomo come ce ne sono pochissimi altri in giro per i vicoli di questo pianeta straziato.

Sarà dura non averci più a che fare.

Che la terra ti sia lieve, immensa Tigre Serba!

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