Press "Enter" to skip to content

FEDRO – LO SCRITTORE DEGLI UMILI

Tra gli autori latini più conosciuti, anche fra coloro che non hanno avuto una formazione classica, ricordiamo sicuramente Fedro, lo scrittore di favole.
Il genere della favola nel mondo antico, pur essendo spesso considerato di serie B e non certo equiparabile ai generi elevati come la poesia epica, l’oratoria o la storiografia, in realtà ha sempre ottenuto un certo successo, soprattutto presso i ceti subalterni e poco istruiti. La favola, inoltre, per la sua semplicità stilistica e per la sua brevità, era spesso utilizzata anche per l’insegnamento, in particolare dei più piccoli.


Ma è soprattutto un pubblico umile quello che apprezza il genere letterario della favola, un pubblico spesso costituito da schiavi o da liberti. D’altra parte era proprio questa la condizione sociale di Fedro. Anche se sulla sua vita ci sono giunte pochissime notizie, sappiamo con certezza che Gaio Giulio Fedro fu uno schiavo, originario della Macedonia, nato nei pressi del monte Pierio intorno al 20 o 15 a.C. Da giovanissimo fu fatto schiavo e condotto a Roma, per essere inserito nel cospicuo gruppo di schiavi al servizio di Augusto. E’ proprio il grande princeps romano che lo renderà un uomo libero, anche per i suoi meriti culturali. Tuttavia la vita di Fedro non fu sempre serena e tranquilla. Infatti, durante il governo di Tiberio, per mano di Seiano, fu inserito nella lista di proscrizione delle persone nemiche del potere. Il processo, tuttavia, ne decretò l’innocenza. Sappiamo che la sua attività di scrittore di favole proseguì sotto il governo di Caligola e Claudio e, molto probabilmente, anche durante il principato di Nerone, sotto il quale morì, anche se non conosciamo la data della sua morte.


Fedro non è stato l’iniziatore del genere della favola: i suoi testi infatti si ispirano ad un grande modello greco: Esopo. Tuttavia, nelle favole di Fedro vi sono alcuni tratti originali, come ci tiene a sottolineare l’autore stesso nel Prologo del I libro, quando, pur riconoscendo l’importanza del suo modello greco, dal quale riprende la brevità dei testi e la loro finalità pedagogica, mette soprattutto in luce la libertà e l’eleganza della sua scrittura e la novità del dare la parola, oltre che agli animali, anche alle piante:

Prologo libro I

Con metro semplice, e non sottomesso a regole rigide,
Ho reso più ornato quello che Esopo ha inventato.
Due pregi ha il libricino: sollecita il riso
e insegna a vivere con saggio consiglio.
Se qualcuno mi rimprovera perché le piante,
nonché gli animali io abbia spinto a parlare,
si ricordi che sono racconti di fantasia.

L’intento di Fedro, tuttavia, è soprattutto quello di criticare alcuni aspetti della società romana, come ad esempio i soprusi dei prepotenti sui più deboli, come nel caso della celeberrima favola del lupo e dell’agnello, oppure la vanagloria di molti mediocri che, pur di trovare consenso presso quelli che contano, non esitano a sfruttare i meriti altrui, come accade nella favola che vede protagonista un corvo alle prese con le penne di pavone.

Lupus et agnus

Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano venuti allo stesso ruscello.
Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello.
Allora il malvagio, incitato dalla gola insaziabile, cercò una causa di litigio.
“Perché – disse – mi hai fatto diventare torbida l’acqua che sto bevendo?
E l’agnello, tremando:
“Come posso fare quello di cui ti sei lamentato, o lupo? L’acqua scorre da te alle mie sorsate!”
Quello, respinto dalla forza della verità:
“Sei mesi fa – aggiunse – hai parlato male di me!”
Rispose l’agnello:
“Ma veramente… non ero ancora nato!”
“Per Ercole! Tuo padre – disse il lupo – ha parlato male di me!”
E così, afferratolo, lo uccide dandogli una morte ingiusta.
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.»

Il corvo e i pavoni

Perché nessuno voglia gloriarsi dei beni altrui e viva piuttosto secondo il proprio modo naturale di essere, Esopo ci ha tramandato questo esempio. Gonfio di vuota superbia, un corvo raccolse le penne che erano cadute al pavone e se ne ornò tutto: quindi, disprezzando i suoi, si aggregò alla magnifica brigata dei pavoni. Ed ecco: questi strappano le penne allo sfrontato uccello e lo cacciano a beccate. Conciato per le feste, il corvo si accinse a tornare, rammaricato, fra la sua gente; ma da queste respinto ebbe a patire un amaro rimprovero. Allora uno di quelli che egli prima aveva guardato dall’alto in basso: “Se ti fossi accontentato delle nostre dimore e accettato ciò che la natura ti aveva dato, non avresti patito quell’affronto, né la tua mala sorte proverebbe ora questo rifiuto”. Chi desidera essere come non è, e non apprezza ciò che ha, sarà costretto prima o poi a subire umiliazioni e vergogna.

Mara Alei

Be First to Comment

    Commenta l'articolo: