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DUALISMO. L’angelo e il demone che vivono in noi

Fra i maggiori esponenti della cosiddetta “Scapigliatura milanese”, movimento culturale diffusosi soprattutto nell’Italia settentrionale nella seconda metà dell’800, va ricordato senza dubbio Arrigo Boito. Si tratta di un intellettuale poliedrico, che si è espresso in modo originale sia in letteratura, sia in musica. Boito è autore di poesie e di novelle, alcune delle quali trattano spesso il tema disperato e “romantico” del conflitto fra il bene e il male, come nella poesia “Dualismo”, oppure temi macabri e provocatori come in “Lezione d’anatomia”. Tuttavia, oltre alla produzione letteraria, lo si ricorda anche per la stesura di libretti d’opera per illustri compositori del tempo: scrive infatti “La Gioconda” per Amilcare Ponchielli, nonchè l’”Otello” e il “Falstaff” per Giuseppe Verdi. Intorno alla figura di Arrigo Boito sono circolati anche dei rumors, confermati poi dai documenti: pare infatti che avesse avuto una lunga relazione sentimentale con la famosa attrice Eleonora Duse, più giovane di lui di 15 anni, testimoniata da un fitto carteggio. La Duse, poi, in età matura, come è noto, sarà per lungo tempo la donna amata da Gabriele D’Annunzio e sua musa ispiratrice.
Dunque, una delle opere più interessanti ed originali di Arrigo Boito è la poesia intitolata “Dualismo”. In questo componimento l’autore mette in luce un’assoluta verità: in ciascuno di noi convivono inesorabilmente due nature, una buona, angelica e l’altra malvagia e demoniaca. Per quanto ci si possa impegnare, il tentativo di mettere a tacere gli istinti negativi, di soffocare la parte demoniaca della nostra indole è destinato a fallire miseramente. Siamo allo stesso tempo luce ed ombra, farfelle e vermi, concepiamo pensieri tranquilli e sereni, ma contemporaneamente il nostro cervello può produrre progetti malvagi e diabolici. Naturalmente nelle intenzioni del poeta c’è innanzitutto la volontà di provocare, di gettare sconcerto nel lettore, nonchè l’esigenza di rivendicare la sua libertà d’espressione: la letteratura per Boito, come d’altronde anche per gli altri autori scapigliati, deve essere libera da coercizioni, sia tematiche, sia stilistiche. La vita di ogni uomo (ma soprattutto quella dell’artista) dovrebbe sganciarsi da obblighi, da condizionamenti morali, da leggi che ci vengono imposte dalla religione e dal soffocante perbenismo borghese. Parimenti l’artista deve poter esprimersi nelle forme che più ritiene consone al suo modo di concepire l’arte, senza dover sottostare a regole sterili e controproducenti.

ARRIGO BOITO – DUALISMO
Son luce ed ombra; angelica
Farfalla o verme immondo,
Sono un caduto chèrubo
Dannato a errar sul mondo,
O un demone che sale,
Affaticando l’ale,
Verso un lontano ciel.

Ecco perchè nell’intime
Cogitazioni io sento
La bestemmia dell’angelo
Che irride al suo tormento,
O l’umile orazione
Dell’esule dimone
Che riede a Dio, fedel.

Ecco perchè m’affascina
L’ebbrezza di due canti,
Ecco perchè mi lacera
L’angoscia di due pianti,
Ecco perchè il sorriso
Che mi contorce il viso
O che m’allarga il cuor.

Ecco perchè la torbida
Ridda de’ miei pensieri,
Or mansüeti e rosei.
Or violenti e neri;
Ecco perchè, con tetro
Tedio, avvicendo il metro
De’ carmi animator.

O creature fragili
Dal genio onnipossente!
Forse noi siam l’homunculus
D’un chimico demente,
Forse di fango e foco
Per ozïoso gioco
Un buio Iddio ci fé

E ci scagliò sull’umida
Gleba che c’incatena,
Poi dal suo ciel guatandoci
Rise alla pazza scena,
E un dì a distrar la noia
Della sua lunga gioia
Ci schiaccerà col piè.
E noi viviam, famelici
Di fede o d’altri inganni,
Rigirando il rosario
Monotono degli anni,
Dove ogni gemma brilla
Di pianto, acerba stilla
Fatta d’acerbo duol.

Talor, se sono il dèmone
Redento che s’indìa,
Sento dall’alma effondersi
Una speranza pia
E sul mio buio viso
Del gaio paradiso
Mi fulgureggia il sol.
L’illusïon — libellula
Che bacia i fiorellini
— L’illusïon — scoiattolo
Che danza in cima i pini
— L’illusïon — fanciulla
Che trama e si trastulla
Colle fibre del cor,

Viene ancora a sorridermi
Nei dì più mesti e soli
E mi sospinge l’anima
Ai canti, ai carmi, ai voli;
E a turbinar m’attira
Nella profonda spira
Dell’estro idëator.

E sogno un’Arte eterea
Che forse in cielo ha norma,
Franca dai rudi vincoli
Del metro e della forma,
Piena dell’Ideale
Che mi fa batter l’ale
E che seguir non so.

Ma poi, se avvien che l’angelo
Fiaccato si ridesti,
I santi sogni fuggono
Impäuriti e mesti;
Allor, davanti al raggio
Del mutato miraggio,
Quasi rapito, sto.
E sogno allor la magica
Circe col suo corteo
D’alci e di pardi, attoniti
Nel loro incanto reo.
E il cielo, altezza impervia.
Derido e di protervia
Mi pasco e di velen.

E sogno un’Arte reproba
Che smaga il mio pensiero
Dietro le basse imagini
D’un ver che mente al Vero
E in aspro carme immerso
Sulle mie labbra il verso
Bestemmïando vien.
Questa è la vita! l’ebete
Vita che c’innamora.
Lenta che pare un secolo,
Breve che pare un’ora;
Un agitarsi alterno
Fra paradiso e inferno
Che non s’accheta più!
Come istrïon, su cupida
Plebe di rischio ingorda,
Fa pompa d’equilibrio
Sovra una tesa corda,
Tale è l’uman, librato
Fra un sogno di peccato
E un sogno di virtù.

Mara Alei

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