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Dalla Sardegna con la ristorazione sempre nel cuore.

La storia di Pino, ristoratore sardo a Capena finalmente in pensione.

“Che sei la figlia di Pino e Sergio?”
No, solo di Pino.

“Che sei la figlia dei sardi?”
No, in realtà mamma è pugliese.

Le domande di una vita.

E oggi Pino sta in pensione.

Il cuore sta sempre lì nel ristorante, tra quelle mura di vapori e profumi, di bestemmie (alcune particolarmente creative) e di risate, di “Grazie Pino!” e “Daje Baffo!”.
Ma il momento di allentare un po’ è arrivato.
Sospirato, agognato, accelerato e meritoriamente conquistato.


Ci si riposa un po’ di più, quindi, a casa Piga, con la testa magari proiettata altrove, verso la Marmilla o forse su una spiaggia della penisola del Sinis .
Ed è un giorno di festa, perché finalmente ci si guarda intorno con uno sguardo più rilassato dopo tanta fatica.


Arrivato a Capena dalla Sardegna negli anni 70 come manovale, Pino ha camminato con Franca fianco a fianco, partendo dal localetto in piazza della Libertà (chi se lo ricorda?) fino al “Giardino degli Ulivi”, passando per quell’Aproniano che sfornava pizze come se non ci fosse un domani.
E noi tre bambini attoniti davanti a quel sudore e a quella fatica, a mamma che usciva la sera per lavorare e papà che lo vedevamo di sfuggita un paio d’ore il pomeriggio tra il pranzo e la cena. Siamo cresciuti a cavallo tra una cucina e una sala apparecchiata, tre bambini che guardavano incantati il brulicare di gente che mangiava, chiacchierava e rendeva vivo il sogno di chi aveva lasciato la sua terra per un progetto più grande.
Perché all’epoca a Capena non esisteva il proprietario imprenditore, quello che sta seduto a guardare i dipendenti correre.
All’epoca si lavorava tosto e il proprietario era sempre l’ultimo ad andarsene. È stato così fino alla pensione.


Del piccolo buco a piazza della Libertà restano ricordi vividi di coraggio e di passione.
Molta brava gente sulla strada di Pino: come non ricordare Bruno Francellini, uomo di generosità sconfinata, garante quando a garanzia c’era solo la buona volontà di lavorare. Quando ero piccola lo vedevo come un gigante buono, Bruno, sempre con un sorriso pacificatore sul volto.

Li in quel nel buchetto al centro del paese si mangiava genuino e con poco, si segnava su un foglietto e si pagava appena si poteva. L’Aproniano fu la grande svolta, per il sardo che scelse Capena. Io a 14 anni lavavo i piatti e iniziavo a muovere i primi passi nel mondo della cucina: mi sembrava un mondo fantastico, fatto di fretta e precisione, incazzature e orgolio. Feste in piazza, sagre dell’uva, il campo sportivo con concerti e spettacoli pirotecnici.
E noi lì: al centro del paese a cucinare e a mettere radici. Perché non è facile arrivare da fuori e sentirsi parte di una comunità, ma Capena ha braccia accoglienti e ce lo ricorderemo per sempre.


Il percorso qui a Capena è stato lungo, costellato di soddisfazioni e qualche inciampo, ma la storia da ristoratore di Pino ha un bilancio positivo di chi ha il lavoro onesto sulle spalle.
E ora mare, riposo e il piccolo Daniele, nipotino luce dei suoi occhi.
Con lo sguardo sempre proiettato al futuro, Pino sta in pensione, orgoglioso del traguardo raggiunto. Ma, conoscedolo, il piglio caparbio del sardo gli farà fare ancora molta strada e deciderà lui come percorrerla, con Franca al suo fianco.
Solo un consiglio da chi lo conosce bene: non parlategli di centro anziani, che starà pure in pensione, ma a sedersi a giocare a carte non ci pensa proprio.
Fosse anche solo perché, alla soglia dei 70 anni, non credo abbia ancora imparato a stare seduto!

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