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C’è stato un tempo in cui eravamo indulgenti.

Liceo Tito Lucrezio Caro, Roma. 1994/1999


Il grunge arruffava i nostri capelli, sempre più lunghi e irrimediabilmente indomabili.
C’era chi arrivava in motorino e chi si innamorava ancora prima di varcare il cancello di scuola.

Erano gli anni 90, quelli in cui la distinzione sociale tra viale Parioli e i paesi di Roma nord si era placata in una sorta di tregua: Anche l’operaio vuole il figlio dottore” cantavano i genitori nel 68; come avrebbero potuto mai, i figli, peccare di superbia trent’anni dopo?
Di fatto, si conviveva tranquilli: bastava incontrarsi tra le note di Seattle per stare bene e, se si trattava degli Alice in Chains, tanto meglio per tutti.

Essere di sinistra era quasi inevitabile, tra quelle mura che ancora narravano storie di proteste studentesche e di emancipazione sociale.
Alcuni professori storcevano il naso davanti ai jeans strappati che strusciavano il pavimento, ma poi c’era lui, il preside, a compensare tutto con il suo delicato amore per noi.

Era uno spirito indomito, quello che soffiava nei corridoi del liceo: il primo nemico da battere era la mediocrità.
Non ci importava di quanto potessimo essere tormentati: andavamo fieri dei nostri occhi dubbiosi, curiosi, pronti ogni volta a scoprire mondi migliori, nonostante le delusioni lungo il percorso. Sopportavamo anche quelle, le delusioni, perché sapevamo usare clemenza nei nostri stessi riguardi.

Al concerto di fine anno ci salutavamo con complicità, consapevoli del fatto che con il successivo anno scolastico averemmo creato nuovi racconti da vivere.

E la musica grunge era sempre lì, ad accompagnare le nostre vite, tra un tramezzino a colazione preso al volo a piazza Grecia e le lacrime per il professore che ci aveva preso di mira.
Era lì nei nostri pomeriggi di studio, con lo stereo fisso su Radio Rock e il dito pronto per registrare, sperando arrivasse la canzone tanto desiderata.
Mentre il mondo scorreva e noi ci domandavamo come entrare a farne parte nel migliore dei modi, eravamo indulgenti verso noi stessi, convinti del fatto che ad ogni inciampo sarebbe seguito comunque un balzo in avanti, verso il futuro.

Credere al meglio, però, non ci ha fatto valutare seriamente il peggio e, negli anni a seguire, può averci privato degli strumenti per saperlo affrontare quando all’improvviso lo abbiamo incontrato.

Non eravamo ingenui, non lo siamo mai stati.

È la mediocrità che talvolta ci ha fregati. Quella mediocrità che non sente ragioni, talmente violenta e liquida che non riesci ad arginarla, afferrarla per poi provare a scaraventarla via.

La caratteristica principale della mediocrità liquida è che scivola intorno ai paletti che hai messo su per difenderti. Penetra tra le maglie di una rete sottile, una trama da trincea che hai costruito intorno a te stesso sperando funzionasse.

E l’indulgenza, nostra cara compagna di viaggio, troppo spesso ha cambiato strada davanti ai nostri tentennamenti, lasciando spazio al disincanto dei traguardi mancati.

Ma se è vero che il tempo è clemente, dovremmo tornare ad esserlo anche noi, soprattutto nei confronti di quei passi falsi che ci hanno turbati profondamente.
Se non capiamo bene ciò che siamo diventati, proviamo almeno a ricordare ciò che eravamo e ripartiamo da lì.

Perché le voci incerte, gli animi dubbiosi, spesso hanno ancora molto da dire.

Poco importa se saranno lievi sussurri o bisbigli appena accennati: forse, lungo il percorso, sapremo trovare qualcuno che presterà orecchio con inaspettata indulgenza.

La stessa che noi, troppo spesso, abbiamo dimenticato di meritare.

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