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C’è del marcio in Qatar

I bambini che sognano di diventare calciatori ed alzare quella coppa. Gli appassionati di ogni età che aspettano un’estate speciale ogni quattro anni, per appendere al chiodo i ritmi della quotidianità per novanta minuti e regalarsi un mese di emozioni sospese sopra gli impegni della vita. Le partite viste in giardino con gli amici, la birra, il barbecue e tanta leggerezza.
Nell’immaginario collettivo il mondiale di calcio è questa roba qua.

L’edizione 2022, però, ci racconta qualcos’altro.
Innanzitutto l’atmosfera. Si parla di mondiali nei bar mentre per le strade si vedono gli addobbi di Natale spuntare dai balconi delle case e dalle vetrine dei negozi. Ma questo è il minimo delle contraddizioni. Il male minore di un evento che si è prostituito agli interessi di pochi.

Difatti Le notizie giunte a noi in questi mesi che hanno preceduto l’inizio della kermesse parlano di qualcosa come seimila lavoratori morti per la costruzione di nuovi sette stadi in Qatar.
Già, in Qatar. Uno Stato non pronto per un evento del genere, né a livello strutturale, né a livello di tutela dei diritti degli operai, né su di un piano essenzialmente culturale.

Il calcio è inclusione, popolo, voglia di stare insieme.

Ecco, alcune contraddizioni intestine al Paese qatariota, evidentemente di mentalità diversa dal nostro comunque zoppicante occidente, tanto diversa da credere normale poter il esprimere dichiarazioni dai tratti pericolosamente omofobi, rende davvero complicato riuscire a mantenersi lucidi e parlare di calcio con la serenità e, appunto, la leggerezza che questo argomento meriterebbe.

Per queste ragioni, oltre, anche, per via della mancata qualificazione della nostra nazionale, Nextdoorpost ha deciso di non seguire il Mondiale. Almeno non da un punto di vista sportivo.

Moody & CQ

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