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Castello di Godego (TV), una tragedia che forse si poteva evitare

“Non sono un mostro, l’ho fatto per evitare a mio figlio un futuro di sofferenze”.

Con queste parole si è giustificato, nella sua lettera di addio, Egidio Battaglia, l’uomo di 43 anni che prima ha strangolato il figlioletto di due anni, Massimiliano, e poi si è suicidato a Castello di Godego, in provincia di Treviso.
Alla base della tragedia familiare, che ha sconvolto la cittadina trevigiana, ci sarebbero quindi le preoccupazioni dell’uomo per un possibile futuro di sofferenze del figlio una volta cresciuto.
Perché al bimbo era stata diagnosticata una forma di autismo.
Diagnosi evidentemente da verificare con esami e test specifici più avanti, vista la tenera età del piccolo.

Partiamo da un presupposto: chi scrive sta dalla parte della vita.
Sempre.
Senza se e senza ma.

Però, davvero, questo non vuole essere un articolo di condanna.

Ma un tentativo di riflessione.

Sui perché di mille paure che, fortunatamente, non portano quasi mai a conseguenze come quella che stiamo raccontando ma con le quali, molti genitori di bambini ed adolescenti con disabilità, sono costretti a convivere.

Perché si, l’umanità è arrivata su Marte.
Ma ancora non ha imparato a prendersi cura dei più fragili.
A far rete attorno ai disabili e alle loro famiglie, a far comunità, nel senso più profondo è vero del termine.

Certo, qualcosa si muove.
Progetti come il “Dopo di noi” (diventato DDL approvato il 16 giugno 2016 su “Disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno famigliare”, Il cui testo contiene delle disposizioni per affrontare il futuro delle persone con disabilità gravi dopo la morte di parenti che potessero prendersi cura di loro), stanno prendendo sempre più piede.
Ma, purtroppo, ancora non si riesce a prendere a spallate in modo decisivo quel muro culturale ed emotivo che pone la disabilità oltre i confini, invero rarefatti, del mondo e delle relazioni dei “normali” (normali de che, verrebbe da dire).

Vero, la tragedia successa in queste ore in provincia di Treviso è una conseguenza estrema e, grazie a Dio, rara oltre che evidentemente figlia di problematiche più profonde di un semplice senso di smarrimento.

Ma il problema dell’inclusione resta.
E mentre la giurisprudenza, in questa direzione, va avanti, il senso comune ancora fa fatica.

Contribuendo a creare bolle di lucida follia potenzialmente drammatiche.
Come quella che abbiamo raccontato.

Una roba che non dovrebbe mai verificarsi.
Se uno Stato ha l’ambizione di dirsi evoluto, maturo, responsabile e, appunto, inclusivo.

Serve, a tal proposito, una seria presa di coscienza da parte di tutti.

Altrimenti le belle parole resteranno sempre e solo contenitori vuoti, buoni solo per far da copertina a qualche inutile convegno.

Claudio Quaglia

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