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Capena, ciò che resta del commercio.

Da qualche giorno iniziamo a toccare con mano qui a Capena le conseguenze dell’ultima ordinanza ministeriale in tema di Coronavirus, anche in materia di commercio.

Tutti a casa – se non per comprovate necessità specifiche e urgenti – significa avere senso civico ed essere consapevoli del fatto che se non rispettiamo le regole oggi, il nostro domani sarà ancora più nero. Una misura dura ma necessaria insomma e non ci stancheremo mai di ripeterlo.

Sarebbe però superficiale affrontare il discorso senza lanciare un occhio a ciò che questa situazione può significare per i commercianti locali visto che sono rimasti aperti solo i negozi di generi alimentari e le farmacie. Ci sono gli affitti da pagare, le tasse, gli stipendi.

Era il 20 novembre scorso quando per un paio d’ore le serrande dei negozi di Capena si sono abbassate. Una protesta silente, la cui eco però è giunta potente alle nostre orecchie. Lo scopo di questa iniziativa era domandarci: come sarebbe Capena con le insegne spente per sempre? Vuota, buia e davvero troppo silenziosa.

Ad oggi questa ordinanza, ripetiamo, assolutamente necessaria a nostro avviso, mette però ancora di più in difficoltà quel commercio locale che da anni soffre un forte calo degli acquisti, delle presenze, di iniziative atte ad incentivare il potenziamento economico del commercio locale. I sacrifici li stiamo facendo tutti, ma come non pensare a quelle partite Iva che già si barcamenavano da tempo per arrivare a fine mese? Va detto che le misure annunciate dal Governo per aiutare le attività economiche in sofferenza e che verranno rese pubbliche proprio oggi sembrano essere abbastanza consistenti e prevedere misure specifiche per chi soffre perdite immediate da questa situazione, vedremo.

Quello che è certo è che in questi giorni si può scorgere tanta preoccupazione dietro le mascherine che indossano i nostri negozianti. Ci si alterna all’ingresso dei negozi, si cerca in ogni modo di mantenere le distanze di sicurezza, per tutelare noi e per tutelare loro. Abbiamo visto cartelli di chiusura su saracinesche storiche del nostro un paese e, decisamente triste, su quelle delle più recenti attività commerciali che da pochissimi mesi avevano portato nuova linfa vitale al commercio. È un arrivederci, beninteso, ma la situazione è critica.

Da anni queste donne e questi uomini, oltre a vendere le loro merci, contribuiscono ad alimentare un senso di comunità indispensabile in tempi così frenetici, ma oggi stanno ancora più in difficoltà rispetto a prima.

E sì che i nostri commercianti sono proprio in gamba, eh.

Di fronte a questa emergenza sanitaria infatti si sono fatti trovare prontissimi: disinfettanti in ogni dove, grande organizzazione per fare arrivare a domicilio i beni di prima necessità. Pochi giorni fa, nell’ambito dell’associazione commercianti Capenapuntonet, se fossimo passati in via IV novembre avremmo visto il nostro macellaio tagliare l’erba incolta del giardino pubblico antistante il suo negozio, quello col monumento ai caduti. Perché il senso civico a Capena è pure questo: prendersi cura di ciò che ci circonda e farlo col cuore.

Di questi commercianti bisognerà parlarne ancora finita la pandemia, perchè le chiacchiere e la riconoscenza non bastano più. Non a loro.

I piccoli negozi, a Capena come altrove, fanno fatica a fronteggiare non solo le tasse sempre più alte, ma soprattutto la concorrenza massiccia della grande distribuzione.
Capena, da questo punto di vista, si trova in una situazione decisamente complicata.
Lo sviluppo commerciale che ha interessato la via Tiberina negli ultimi anni (in fase di ulteriore potenziamento negli scorsi mesi) ha inevitabilmente creato un’attrazione economica lontana dal nucleo principale del centro urbano, relegando quest’ultimo ad un ruolo marginale per ciò che riguarda l’andamento economico del paese. Laddove si sono creati nuovi posti di lavoro (e ben venga, ci mancherebbe), si evince pure un chiaro risvolto della medaglia: il commercio locale è ormai percepito come il fanalino di coda di un ingranaggio ben più imponente che si muove altrove. Un nucleo a sé stante, sia fisicamente che concettualmente.
Ci sarà tempo per queste valutazioni, per capire come trovare un doveroso punto di incontro tra queste due realtà ad oggi troppo lontane. Per ora, ricordiamoci che i commercianti del centro urbano provano a resistere, forti del valore aggiunto che danno alla nostra comunità. E quando torneranno in attivo al cento per cento, avranno bisogno di noi.

Quel giorno, ci auguriamo presto, torneremo a parlare di loro.

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