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Calcio e ripartenza, quando anche i tifosi dicono no.

Dopo più di due mesi di stop, il campionato di calcio sembrerebbe destinato a ripartire.

Il ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, intervistato durante la trasmissione -Stasera Italia- ha dichiarato: “Quarantena per il singolo giocatore in caso di positività? Se la curva del contagio dopo il 18 maggio ce lo consentirà, massima disponibilità da parte nostra a rivedere la regola in maniera meno restringente.
Se tutte le direttive verranno rispettate, io non vedo perché il 13 giugno non si possa ricominciare”.

Per carità, è evidente che il graduale ritorno alla normalità debba passare anche attraverso la riscoperta di abitudini e passioni popolari anestetizzate dal dramma.
Ma questo deve avvenire attraverso passaggi graduali che devono rispettare innanzitutto i tempi per l’elaborazione del lutto e dello shock.

Almeno questo è quello che credono gli abituali frequentatori degli spalti, “espulsi” dalle gradinate a causa del COVID ed ora costretti a fare i conti con una possibile ripresa delle partite a porte chiuse.

La stagione agonistica, per loro, non dovrebbe ripartire.

Con un documento firmato da più di centottanta gruppi organizzati di tutta Europa, il mondo ultras si è schierato apertamente (con consenso quasi unanime) contro la decisione di riprendere a giocare.

In Italia, dopo i tifosi dell’Atalanta, squadra di Bergamo, la città più colpita dall’epidemia, anche quelli del Brescia si espongono contro la ripresa del campionato di Serie A.
Il tifo organizzato delle Rondinelle si è schierato apertamente contro il ritorno in campo.
Gli ultràs bresciani della Curva Nord in questi giorni hanno esposto uno striscione all’esterno dello stadio Rigamonti, con parole perentorie: “Ma quale ripartenza, per noi non c’è partita…Brescia vuole rispetto per chi ha perso la vita!”.

Bergamaschi e bresciani in prima linea.
Con il sostegno e la solidarietà, come dicevamo, della stragrande maggioranza dei gruppi italiani ed europei.

Le pagine social che seguono dal di dentro il fenomeno del tifo organizzato, sono giorni che postano foto di striscioni apparsi in ogni città italiana con cui i gruppi ultras chiedono lo stop alla stagione agonistica, almeno fino a settembre.
Denunciando come, secondo la loro interpretazione, la volontà di riprendere a giocare da parte delle società di calcio e delle pay tv sia irrispettosa nei confronti di chi ha dovuto fare i conti con lutti e difficoltà ad andare avanti e fatta solo per non perdere una “vagonata” di soldi.

La posizione presa rispetto alla possibile ripartenza di questo costosissimo giocattolo da parte del “tifo militante” è chiara.
Magari non rappresentativa dell’opinione del tifoso comune.
Ma, comunque, da tenere in considerazione, visto che il calcio è una dei “settori” più produttivi del Paese e che le partite, senza tifosi sugli spalti a colorare tutto, perdono di appeal.
Rischiando di diventare un affare meno vantaggioso per chi investe.

C.Q.

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