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Bevila perché è Tropicana ye. Il romanzo musicale dell’apocalisse.

Estate millenovecentoottantatre. L’estate più bella del secolo scorso. Almeno sotto il cielo di Roma.

Le radio trasmettono tormentoni destinati a scrivere un pezzo di storia della musica. I Like Chopin , Juliet, Every breath you take.

Tra questa spicca un pezzo tremendamente orecchiabile.
Un calypso con il testo in italiano che farà ballare due decenni di ragazzini desiderosi di ubriacarsi di estate e leggerezza.

Parliamo di Tropicana.

“Mentre la tivù diceva, mentre la tivù cantava…”

Pezzo apparentemente leggerissimo, spensierato, frizzante.

La base musicale coinvolge, ha ritmo, è orecchiabile.

Ma c’è qualcosa che non torna. Qialcosa che non arriva subito. Roba fuori posto, nonostante l’ordine apparente.
Il testo. Le parole. Proprio loro. Orpelli solo apparentemente irrilevanti mentre sale la voglia di ballare.

“L’esplosione e poi dolce, dolce / un’abbronzatura atomica”.

Sono passati più di trent’anni ma una buona parte di chi ancora oggi canticchia il motivetto in questione non ha colto il vero significato della canzone. Eppure il testo non potrebbe essere più esplicito: “l’acqua ribolliva lentamente ad est / L’esplosione e poi dolce dolce / un’abbronzatura atomica / tra la musica dolce dolce / tutto andava giù” e “Brucia nella notte la città di San Jose / Radio Cuba urlava fuori da un cafè / la lava incandescente gremava gli hula hop/l’uragano travolgeva i bungalow”. Queste parole dissipano ogni dubbio e qualunque velleità negazionista.
Altro che allegro motivetto balneare: la canzone descrive qualcosa a cavallo tra un’apocalisse nucleare ed un disastro naturale. Con l’ulteriore inquietante dettaglio di descrivere i protagonisti della vicenda quasi come ipnotizzati, “come dentro un film” mentre in televisione sta passando la pubblicità di una bibita (Tropicana, appunto). È vero, che la canzone inizia con “Ma che strano sogno”. Ciononostante questo non basta per rendere il fotogramma meno terrificante.

Non male per una canzoncina estiva in piena guerra fredda.

Ora, senza lanciarsi in analisi sociologiche, risulta interessante il fatto che, nello stesso anno in cui usciva al cinema War Games, questo tormentone dai ritmi tipici del decennio del riflusso, buttasse là, senza calcare la mano ma comunque in modo chiaro, un testo capace di “giocare” sulle paure più diffuse e radicate del momento.

Sarebbe da disturbare Jung ed analizzare la cosa alla luce delle teorie proprie della psicologia analitica e degli archetipi dell’ inconscio collettivo. Ma entreremmo in un altro ambito. Rischiando di annoiare.

https://youtu.be/jbtd2gRMB_E

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