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12 anni fa la lunga notte de L’Aquila.

Ore 3.32.

6 Aprile del 2009.

La terra trema sotto L’Aquila e l’Abruzzo ne porterà per sempre le ferite.

Una scossa di magnitudo 6 svegliò di soprassalto gli abitanti del capoluogo abruzzese e dei paesi vicini, fino a smuovere le viscere della terra anche nel Lazio, in Campania e nelle Marche. C’è chi riuscirà a correre in strada per mettersi in salvo, chi invece non farà in tempo a rendersi conto dell’accaduto.

Si parla di 308 vittime ma alcuni siti ne riportano 309: Giovanna Bernardini, 30 anni, perse la vita il giorno prima del parto. Morì sotto le macerie con il marito, il figlio e la bambina che portava in grembo.

Sono queste singole storie che dovremmo onorare oggi, perché lo sguardo d’insieme non ci faccia perdere la misura del dramma accaduto facendolo scivolare nell’oblio. In questi 12 anni a L’Aquila si è ricostruito molto e si è rinsaldato l’orgoglio di una popolazione dalle spalle large e le mani rudi, ma c’è ancora molto, troppo da fare.

In Italia siamo abituati di volta in volta a passare con l’attenzione al dramma successivo, lasciando incompiuti i processi di risanamento e ricostruzione che dovrebbero essere sacrosanti per la ripresa della vita normale. Se le istruzioni soffrono di un deficit di attenzione, gli aquilani hanno sotto gli occhi tutti i giorni i limiti di quella burocrazia che li ha lasciati in disparte, quando i riflettori si sono spenti per poi riaccendersi altrove. Stessa sorte capitata ad Amatrice pochi anni dopo, d’altronde.

I primi giorni dopo il terremoto la società civile si mobilitò per aiuti di ogni genere.

Qui a Capena la Croce Rossa e la sezione del PD tennero le porte aperte per raccogliere beni di ogni tipo: cibo, vestiti, pannolini, scarpe. Si fece il possibile per dare aiuto e sostegno a chi non aveva più nulla se non la propria vita.

Lunghe carovane di aiuti partirono dai nostri paesi alla volta dell’Abruzzo, ognuno contribuì al massimo delle proprie forze.

Ricordo che, nel preparare gli scatoloni, passammo ore e ore a dividere e catalogare le merci. Arrivava gente di ogni tipo, in sezione, a lasciare viveri e vestiti. Noi come redazione di”Entrata di Emergenza” eravamo un bel gruppo di lavoratori tenaci e, in quella occasione, dimostrammo ancora di più quanto le mani che lavorano siano più utili delle bocche che parlano.

A 12 anni di distanza siamo ancora qui, a ricordare gli amici abruzzesi e a manifestare nei loro confronti quella rara stima che si prova solo nei confronti di chi, davanti alla sorte più avversa, ha saputo tirare su la schiena con encomiabile forza ed orgoglio infinito.

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